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The Manson Family - recensione

A metà tra finto documentario e horror, un film disturbante che parla della vita di Charles Manson e dei suoi adepti.

Poster The Manson FamilySi è parlato molto, negli ambienti underground e non solo, di The Manson Family, film realizzato da Jim Van Bebber e uscito nel 2003, poi anche doppiato in versione italiana.

Portando a compimento un’opera iniziata molti anni prima, e più volte stoppata e interrotta da problemi produttivi, Van Bebber tenta di ricostruire la vera storia di Charles Manson e dei suoi seguaci, che a fine anni ‘60 formarono una specie di comune hippie in un ranch nel deserto californiano, dedicandosi soprattutto all’uso delle droghe e all’amore libero, per poi poco alla volta trasformarsi in feroci killer, quei killer che nel 1969 uccisero diverse persone tra cui Sharon Tate, all’epoca compagna di Roman Polanski, prima di essere arrestati.

Il lavoro di Van Bebber è molto particolare e ricercato. Utilizza uno stile documentaristico, e un montaggio frenetico. Mette in scena finto materiale d’epoca, invecchiando ad arte la pellicola utilizzata per le riprese, e costruendo finte interviste ai membri della setta con le quali ricostruire la storia della “famiglia” mansoniana. Non contento inscena anche una sorta di film nel film, in cui ai giorni nostri un giornalista che si sta occupando della storia di Manson viene perseguitato da una banda di giovinastri post-punk seguaci del vecchio Mito.

La prima parte del film è ricca di riferimenti simbolici e metaforici. La storia di Manson e dei suoi adepti è intervallata dalle immagini del processo e della loro incarcerazione, e da inquadrature che teorizzano visivamente i significati della vicenda (fiori inondati da una pioggia di sangue, un ragno che tesse la tela), e segue uno stile concitato e soffocante. Più che altro sembra un documentario sul mondo hippie, dato che i protagonisti passano il 90% del tempo a drogarsi, a vagare nudi per i prati e a fare sesso tra di loro, a rotazione, tutti con tutti.

In molti momenti siamo in puro territorio soft-core, si intuisce tutto e si vede parecchio… fino a giungere a uno stupro, e poi all’apice narrativo, che si compie durante una folle notte in mezzo al deserto, in cui Manson si fa crocifiggere e i suoi seguaci danno vita a un’irrefrenabile orgia.

Poi nell’ultima mezz’ora il tono del film cambia, e si cala in pieno territorio horror. Omicidi spaventosi, degenerazione totale, sangue a profusione, sequenze ad alto contenuto splatter.

Per poi arrivare a un finale francamente posticcio e anacronistico.

The Manson Family è un film disturbante, sia per il sesso, sia per il sangue, sia per l’atmosfera malata che tenta di creare. Ed è indubbiamente un film vietato a chi è facilmente impressionabile e a chi non digerisce la violenza cinematografica. Ma è ben lungi dall’essere “il film più sconvolgente mai realizzato“, come qualcuno, evidentemente poco conoscitore della materia, ha scritto.

In alcuni frangenti il lavoro di Van Bebber è interessante e intrigante. In altri, è molto discutibile. Manson alla fine non ci fa una gran figura, ma i veri mostri sono i suoi “figli”, che nella follia di voler a tutti i costi inseguire il proprio idolo perdono ogni contatto con la realtà. In questa deviazione stilistica il regista c’entra l’obiettivo. Lo manca in pieno invece nel subplot ambientato ai giorni nostri, dedicato a un’effimera banda di nazisti-post-punk che francamente non ha niente a che fare nè con Manson nè con lo scopo del film.

A questo punto, vale la visione? A voi la scelta.