
Non sono mai riuscito a perdonare il “tradimento” di Sam Raimi. Dopo aver deliziato i nostri sanguinolenti palati e aver in qualche modo rivoluzionato il mondo dell’horror con la deliziosa trilogia composta da Evil Dead 1 e 2 e Army of Darkness (mettendoci in mezzo anche l’apprezzabile Darkman), il buon (?) Raimi aveva infatti abbandonato le sue origini per darsi al vil denaro e alla gloria hollywoodiana. Lo aveva fatto un po’ per volta, prima realizzando film lontani dai suoi esordi ma peraltro neanche disprezzabili (Soldi Sporchi, The Gift), e poi sprofondando definitivamente nella pastosa panacea dorata con l’interminabile saga di Spider Man, che a suon di milioni lo aveva innalzato nel gotha dei personaggi più ricchi del cinema americano.
Nel frattempo l’ex enfant prodige dell’horror casereccio e fumettistico aveva cercato di mantenere in qualche modo vivo il suo nome anche nel genere che lo aveva reso regista di culto, dedicandosi a produzioni di pellicole quasi sempre trascurabili o pessime (The Grudge, Boogeyman).
Avevo dunque accolto con tiepido entusiasmo, per non dire con malcelata perplessità, questo attesissimo “ritorno a casa” del figliol prodigo, e la lavorazione di Drag Me To Hell, basato sulle disavventure della giovane e rampante Christine Brown, donna in carriera colpevole di una decisione sbagliata causata dalla sete di potere, colpita dalla maledizione di una zingara vendicativa, e costretta a lottare contro il demone Lamia, affamato della sua anima.
Devo dire invece che sono stato smentito. In parte.
Ho letto brillantissime recensioni del film quasi ovunque, e francamente, durante l’intera prima ora, non riuscivo a capire la ragione di tutto questo entusiasmo. Drag Me To Hell, infatti, dopo un prologo lineare e affascinanti titoli di testa, si dipanava seguendo pedissequamente le regole di genere, senza inventare alcunchè, e senza nemmeno offrire particolari spunti d’analisi. Svolgimento prevedibile, pochi scossoni, sceneggiatura classica, regia di mestiere,colpi di scena più che prevedibili, e una protagonista, la giovane e bionda Alison Lohman, dotata di straordinaria e genuina bellezza ma un po’ carente in quanto a espressività. Sentieri già ampiamente battuti, subplot non proprio entusiasmanti, effetti speciali di Nicotero e Berger basati non tanto sullo splatter (inesistente, a parte la bella sequenza della perdita di sangue dal naso) quanto invece su disgustose esplosioni di macabri umori, la Lohman sballottata di su e di giù come Bruce Campbell ai bei tempi ma senza lo stesso carisma… e la sensazione di trovarsi di fronte a un divertissement sì gradevole ma piuttosto povero di idee e significati.
Per fortuna, invece, l’ultima mezz’ora schiaccia sull’accelleratore e accresce decisamente il valore della pellicola, quasi che a un certo punto Raimi, ricordandosi del regista che fu, si fosse detto: “ok, ora basta scherzare, adesso faccio sul serio“. La sequenza della seduta spiritica, nella quale Christine e due medium cercano di chiamare in questo mondo il demone Lamia per scacciarlo definitivamente, è magnifica: una sarabanda di azione e tensione che in pochi minuti trascina lo spettatore in un vortice ipnotico di altissimo livello, accompagnata da musiche circensi stranianti e surreali. Neanche il tempo di rifiatare, e la sequenza successiva, al cimitero, è altrettanto convincente: ottima fotografia che domina il contesto, idee di regia finalmente fantasiose, sporcizia dilagante che ci penetra nel cervello, e una sontuosa inquadratura finale, dal basso, in cui la Lohman magicamente si trasforma davvero nella nuova incarnazione di Ash-Campbell.
La risoluzione della vicenda, infine, è forse quanto di più prevedibile si potesse intuire, ma almeno evita facili moralismi da quattro soldi, e ci permette di giungere ai titoli di coda con un bel sorrisone stampato sul viso.
Opera a due facce, quindi, questo Drag Me To Hell: trascurabile per due terzi, più che convincente nella parte finale. In qualche modo, tra un bagno di soldi spideriano e l’altro, Raimi è alfine tornato all’horror, e in fondo ammetto che fa piacere anche a me, sebbene non gli perdoni il sopracitato “tradimento”, e gli preferisca gente che al cinema di genere ha dato l’intera carriera, senza mai rinnegare nulla; pensate che io mi stia riferendo, che so, a George Romero, Brian Yuzna e Stuart Gordon? Esatto, è proprio così.
Come sempre, per chi può, consigliata la visione in lingua originale con sottotitoli.

Alessio Gradogna




















