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House of Flesh Mannequins - recensione

Dettagliata analisi di un nuovo horror italiano interessante, estremo, innovativo e coraggioso.

Poster HOFMDove risiede il confine tra Arte e Pornografia? Dove crolla la separazione tra sogno e realtà? In quale momento il gusto per l’immagine può trasformarsi in paranoia e follia? Quando l’occhio umano scivola negli oscuri meandri della perversione?

Sono alcuni dei temi trattati da House of Flesh Mannequins, primo lungometraggio di Domiziano Cristopharo, finalmente uscito in Dvd dopo mesi di attesa per alcune controversie produttive e distributive.

Cristopharo ha alle spalle una lunga esperienza come attore e regista teatrale, performer di Body Art, aiutante regista e ideatore di effetti speciali per il cinema, e in questo suo primo film, girato tra Roma e Los Angeles, ha potuto dare sfogo a tutte le sue ossessioni, dimostrando grande talento e sicurezza di sè.

Oggetto filmico quasi inclassificabile, House of Flesh Mannequins, in cui l’horror muta e rinnova se stesso in un’opera totale che abbraccia vari contesti per offrire un quadro visivo surreale e ipnotico, delirante e coinvolgente, inquietante e innovativo.

La trama, che in certi momenti assume un ruolo peraltro quasi marginale, soffocata dalle mille derivazioni estetiche della pellicola, tratta la storia di Sebastian Rhys, fotografo di professione, cresciuto tra disturbi psicologici causati dalle idee malsane del padre. Svolge il suo mestiere giocando sul filo del pericolo e dell’illecito, filmando snuff movies e scene di reale sesso e violenza. Un giorno conosce la vicina di casa Sarah Roeg, affascinante e giovane donna con un padre quasi cieco, che sogna di pubblicare romanzi per bambini, e poco alla volta è costretto a farla entrare nel suo mondo… Un mondo in cui l’istinto prevale sulla razionalità, e l’ossessione per l’immagine travalica i muri della società per esplorare tumultuosi oceani paralleli.

Sebastian vive perseguitato dai fantasmi del suo passato, e di un presente senza amore che allo stesso tempo lo travolge e disgusta, entusiasma e uccide. La carne e il sangue dominano i suoi pensieri, e la ricerca del sensazionalismo estremo è il solo modo per catartizzare la dilaniante sofferenza che lo accoltella giorno dopo giorno. Sarah è invece una ragazza apparentemente dolce e buona, che però cova in sè una metà oscura pronta a esplodere.

Intorno a loro, si muovono figure surreali e misteriose, grottesche e rivoltanti, suadenti ed eccitanti: venditori di morte, nani, mostri umani, donne bellissime, spettri senz’anima, uomini che nella (letterale) deformazione del proprio corpo trovano il senso ultimo dell’esistenza. In questo profluvio di sensazioni, lo spettatore è costretto a immergersi in un viaggio iniziatico attraverso un “teatro della crudeltà” che abbatte le barriere del conformismo, per sconfinare in territori vacui in cui si polverizza ogni confine tra realtà e sogno, veglia e incubo.

Davvero un film interessante, House of Flesh Mannequins. Cento minuti pieni di idee, suggestioni, azzardi, sperimentazioni visive mai soffocanti. Chiari ed espliciti sono i riferimenti a Peeping Tom di Michael Powell, vero e proprio modello filmico da cui trarre ispirazione, ma sono presenti anche più o meno evidenti rimandi a Fellini, Bava, Amenabar (Tesis), Polanski, Sade, Barker, Carpenter (l’ossessione di Cigarette Burns) e perfino Lynch (la “casa dei manichini di carne” sembra quasi una rivisitazione estremizzata della “camera rossa” di Twin Peaks, e la creazione degli universi alternativi può riportare in qualche modo a Inland Empire).

Spesso, il concetto di film indipendente va di pari passo con il termine “amatoriale”. Bè, qui di amatoriale non c’è proprio nulla, ma anzi, ogni aspetto tecnico, dalla regia al montaggio, dai trucchi all’ottima fotografia di Mirco Sgarzi, dalle scenografie surrealiste all’affascinante colonna sonora, è curato con la massima attenzione possibile.

Interessante e ottimamente coinvolto il cast: i protagonisti, il bravo Domiziano Arcangeli e la bellissima Irena Hoffman, e poi il mitico Giovanni Lombardo Radice, e tante gustose apparizioni nei ruoli di contorno, dalla pornostar Roberta Gemma all’ottimo Randal Malone.

Particolare, spiazzante, conturbante e coraggiosa la scelta di inserire reali scene hard all’interno del film. C’è molto sesso, sesso vero, penetrazioni e prestazioni orali, orgasmi e genitali in dettaglio, e non è una cosa che accade molto spesso, nel cinema puritano che troppe volte ci circonda. Complimenti a Cristopharo anche per questa scelta, soprattutto perchè adeguata ai temi analizzati e al clima morboso che si respira durante la visione.

Se possiamo trovare qualche difetto, si può dire che la narrazione risulta in qualche punto fin troppo frammentata. Ci sono poi alcuni momenti di critica e denuncia contro la lobotomia contemporanea causata dal potere nefasto della Tv, su cui non si può non essere d’accordo ma che paiono inseriti nel contesto talvolta un po’ forzatamente. Il finale, poi, appare fin troppo “spiegato”, e forse si poteva chiudere qualche minuto prima (con il primo piano beffardo e sconvolgente di Sarah). Ma sono piccole cose, anche perchè se si rischia così tanto è chiaro che si può sbagliare qualcosina.

Comunque, in sostanza, questo è davvero un film bello, coraggioso, ribelle e convincente. Avercene. Un lavoro da cui tanti registi italiani, invece di piangersi addosso, dovrebbero prendere esempio. Ora speriamo che possa avere la visibilità che merita, e attendiamo con curiosità e fiducia il prossimo film di Cristopharo, The Museum of Wonders, attualmente in lavorazione.

Per intanto… bravo, bravo davvero.