"Joshua": l'innocenza e la vendetta

Recensione del buon film di George Ratliff, nuova e riuscita variante del filone "bambini maledetti".

Joshua, 2007

Siamo sempre lì. Non è obbligatorio per forza dover fare qualcosa di nuovo. Si può anche cavalcare filoni e sottofiloni già ampiamente sfruttati, pazienza. Certo, l’originalità piace a tutti e purtroppo è sempre più difficile da trovare. Ma ci si può accontentare anche di un qualcosa che sa di “già visto“, purchè sia fatto con brillantezza, intelligenza e solidità, senza limitarsi alla mera riproposizione di temi e soluzioni che oramai conosciamo a memoria.

E’ per fortuna il caso di Joshua, film diretto dall’ex documentarista George Ratliff, realizzato nel 2007 e uscito nelle sale italiane a luglio 2008. Una pellicola che si inserisce senza dubbio nel sottogenere horror dei “bambini maledetti“, e non si propone di inventare nulla. Ma almeno scorre con la giusta intensità, sfruttando una confezione elegante, una sceneggiatura tenace, i volti giusti, e un finale coraggioso e sorprendente.

New York, tra parchi (pochi) e grattacieli (tanti). Joshua, rampollo di una famiglia benestante, è un bel bambino di nove anni, ha un viso angelico, è più intelligente rispetto alla sua età, è bravo a scuola, suona il pianoforte con indiscutibile talento, e sembra davvero un Piccolo Lord. Il giorno in cui nasce la sorellina Lily, però, tutto cambia. Il bimbo si ritrova a essere maledettamente geloso delle attenzioni che i genitori ora danno alla neonata e non più a lui, e poco alla volta inizia a progettare la sua tremenda vendetta, riuscendo, passo dopo passo, a distruggere tutti i suoi cari.
La piccola Lily infatti inizia misteriosamente a piangere, giorno e notte, senza sosta: piange, piange, piange. La madre va in completo esaurimento nervoso, non ce la fa più, perde la testa. Il padre cerca di tenere in piedi la baracca, ma dopo un po’ crolla pure lui. In più, ci si mettono anche gli “inquilini del terzo piano“, rumorosi e insostenibili, il cane di casa che muore all’improvviso, e una nonna bigotta e bacchettona che vorrebbe trasformare il nipote in un predicatore cattolico. La famiglia va a rotoli, e Joshua osserva il tutto con sarcasmo e compiacimento. Ma forse, dietro a tutto ciò, si nasconde un altro insospettabile segreto.

Funziona, il film di Ratliff. Il ritmo è volutamente lento e mellifluo, anche se in realtà i colpi di scena non mancano. L’attenzione spesso esula dal bambino e va a concentrarsi sulla graduale ma inesorabile disintegrazione del un nucleo familiare. Il piccolo protagonista Jacob Kogan ha la faccia “giusta”, e molte volte appare dal nulla neanche fosse uno spettro, ed è inquadrato in penombra, a metà tra luce e buio, a volerne sottolineare la doppia anima. Sam Rockwell (il padre) è un ottimo attore e non lo scopriamo certo oggi. Il soprannaturale è messo da parte a vantaggio del realismo rappresentativo (anche se alcune soluzioni appaiono un po’ forzate). La regia è semplice e giustamente sobria.

C’è ovviamente un che di polanskiano, nella pellicola, con riferimenti che vanno da Rosemary’s Baby a Repulsion, passando per il sopracitato Le Locataire. Non mancano poi chiari rimandi ad altri film dello stesso filone, da Omen in giù, fino ad altre baracconate recenti che non vale neanche la pena ricordare. Ma Joshua prova a seguire la strada maestra lasciando anche qualche traccia nuova e imprevedibile, e senza dubbio ci riesce, soprattutto in un finale disturbante che sconvolge le sensazioni accumulate fino a quel punto, per dare vita a un orrore ben più reale e profondo di quanto avremmo creduto.

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