
La retrospettiva dedicata al regista danese Nicolas Winding Refn, famoso in patria ma quasi totalmente sconosciuto in Italia, è stata uno dei punti di forza di questa edizione del Torino Film Festival, grazie a un cospicuo ed entusiasta passaparola che ha portato il pubblico ad affollare le sale per tutte le proiezioni dei suoi film, repliche comprese. Davvero una bella idea, quella dei selezionatori di Torino, che hanno permesso al pubblico nostrano di conoscere un regista dotato veramente di grande talento.
Ne è un esempio Bleeder, girato nel 1999, suo secondo film dopo Pusher (enorme successo in Danimarca). Protagonisti sono alcuni uomini fondamentalmente deboli, sopraffatti dalle difficoltà della società contemporanea e da una vita triste e insoddisfacente. Tra loro Leo, che sta per avere un figlio da Louise, ma capisce di non volerlo, e questo lo porta ad atti di violenza nei confronti della sua compagna. Poi Louis, fratello di Louise, che vendica nel più orrendo dei modi il torto subito dalla sorella. E infine Lenny, vero e proprio cultore di film splatter, incapace però di gestire la sua vita reale, preferendo rifugiarsi sempre e comunque nella finzione cinematografica.
Intorno a questo manipolo di antieroi, si dipana un film coinvolgente e appassionante, in mirabile equilibrio tra svariati registri narrativi. Toccanti momenti di poesia e lirismo, alternati a improvvise e devastanti esplosioni di violenza. Derivazioni da gangster movie per un’ottima caratterizzazione dei personaggi. Musiche martellanti e scatenate, ma talvolta anche sottili. Gustosissime citazioni cinefile a iosa (imperdibile la scena in cui i protagonisti, nella consueta riunione del giovedì, guardano Maniac di William Lustig, ma poi trovano posto anche i vari Fulci, Romero, D’Amato, Rollin, Lenzi, e cento altri registi). Autoreferenzialità di fondo (il luogo focale della storia è una videoteca) peraltro mai invasiva. Innovazioni tecniche originali e apprezzabili (lo schermo che si tinge interamente di rosso tra un segmento narrativo e l’altro). Ironia e divertimento, dolore e dannazione, centrifugati insieme senza mai perdere il filo del discorso.
Insomma, Bleeder è un caleidoscopio di suoni, immagini, ritmo, lacrime e sangue, che scorre come un treno in corsa entusiasmando dall’inizio alla fine. Un cult assolutamente da scoprire.

Alessio Gradogna








