
Presentato a Torino The Loved Ones, film d’esordio del regista australiano Sean Byrne. Sicuramente la pellicola più cruenta che si sia vista sotto la Mole in questa edizione del festival.
Presente in sala prima della proiezione del film il regista, autore finora di alcuni corti premiati in patria e di parecchi spot pubblicitari, e visibilmente emozionato per la vetrina importante che aveva di fronte, ha confermato come l’horror in Australia, grazie soprattutto a Wolf Creek, sia negli ultimi anni tornato di gran moda. Lui stesso ha scelto questo genere per il suo debutto nel lungometraggio sia perchè lo ha sempre amato, sia per essere partecipe di questa nuova piccola “scuola” che sta nascendo nella terra dei canguri.
The Loved Ones fa parzialmente il verso ai classici adolescenziali, da Carrie in poi. Brent ha perso il padre in un incidente d’auto, e ora si rifugia nell’alcool e nelle droghe per trovare un senso alla sua vita. La timida Lola lo invita al ballo della scuola, e lui rifiuta, perchè è già impegnato con la sua fidanzata. Peccato che lei decida di vendicarsi, con l’aiuto del padre. Brent si ritrova così prigioniero in una vera e propria casa degli orrori, e per lui inizia un martirio che avrà come unico scopo la sopravvivenza.
Il film di Byrne si muove su due registri paralleli e ben delineati: da una parte il tipico teen movie, in cui ironia, spinelli e sesso dominano l’esistenza di giovani allo sbando che ancora non hanno capito in che direzione andare, e dall’altra la discesa infernale nell’orrore più cupo e dilaniante. L’obiettivo, parzialmente riuscito, è far sorridere e terrorizzare lo spettatore allo stesso tempo, anche se in realtà, a conti fatti, ci muoviamo nei territori ormai abusati del torture porn, tant’è che The Loved Ones risulta alla fine totalmente derivativo, senza comunque avere la forza e l’intensità di un Martyrs o di un Mum & Dad o dello stesso Wolf Creek, tanto per citare qualche film di riferimento.
Per fortuna, però, Byrne ci mette qualcosa di suo: piccole varianti, una buona fotografia che regala forti contrasti cromatici, e discrete suggestioni visive. Si avvale poi dell’ottima interpretazione della protagonista (la giovane e spietata Robin McLeavy), e spinge con coraggio il piede sul terreno del gore, senza tirarsi indietro di fronte alla brutalità della messinscena.
Certo, in qualche punto il film scivola nel citazionismo eccessivo (c’è una scena che sembra copiata pari pari da Misery), e sconta alcune ingenuità abbastanza evidenti (l’ultima inutile inquadratura, quando invece avrebbe avuto molta più sostanza chiudere tutto nella penultima e lirica sequenza girata al ralenti). Si ha però la sensazione di trovarsi di fronte a un film onesto, genuino, che non si prende troppo sul serio e non pretende significazioni ambiziose. Da questo punto di vista, e considerando che è comunque un esordio, si possono perdonare gli errori e tutto sommato abbandonarsi con soddisfazione a una visione piacevole e divertente.
Attendiamo ora con curiosità di vedere che strada prenderà la carriera del simpatico Sean.

Alessio Gradogna








