Dopo l’interessante Dread, e l’ottimo Lake Mungo, andiamo a recensire in anteprima un altro dei nuovi horror indipendenti scelti quest’anno dalla After Dark Films, proiettati in alcune sale statunitensi durante il festival 8 films to die for, e ora pronti per essere distribuiti sul mercato internazionale.
Questa volta è il turno di Skjult (Hidden), horror norvegese diretto da Pal Oie.
Dalla Scandinavia ultimamente sono arrivati prodotti di notevole livello (un esempio per ogni nazione: lo splendido Lasciami Entrare dalla Svezia, il pregevole e sulfureo Sauna dalla Finlandia, e il divertente e scatenato Dead Snow dalla Norvegia), tutti originali e permeati da un’atmosfera particolare e affascinante. Oie invece sceglie un approccio, tecnico e narrativo, decisamente più classico.
Kai Koos, quando era bambino, ha perso entrambi i genitori in uno strano incidente stradale. E’ stato cresciuto da una madre adottiva che l’ha brutalizzato. Quando la matrigna muore, gli lascia una grande casa in eredità, e lui, dopo 19 anni, torna nel luogo in cui ha passato la sua infanzia, luogo che nel frattempo aveva abbandonato. La sua intenzione iniziale sarebbe solo quella di vendere la casa e andarsene al più presto da lì, ma appena mette piede nella grande, vuota e silenziosa abitazione dove tante lacrime ha versato nel suo passato, strani eventi cominciano ad accadere. Lo spettro della matrigna si presenta a tormentarlo, poi giunge un’altra presenza, molto più reale di quanto sembrerebbe, che riporta Kai a rivivere i traumi del suo passato.
Skjult è un film che richiede un certo livello di concentrazione. Si dipana infatti in maniera piuttosto lenta, soffusa, graduale, senza mai esplodere o accelerare più di tanto. La narrazione si appoggia quasi interamente sul volto e sul corpo dell’attore protagonista, Kristoffer Joner, bravo e molto coinvolto nella parte, alle prese con spettri, incontri a metà tra realtà e immaginazione, ricordi di un passato tragico, caos mentale, anime maledette, solitudine, follia latente.
Come detto, la narrazione scivola via seguendo connotazioni piuttosto classicheggianti, senza però riuscire a coinvolgere particolarmente. Pur girato con inappuntabile professionalità, e anche qualche discreta idea di regia, il film di Oie infatti resta in superficie, non incide, si lascia guardare senza empatia, mostra nella prima parte tracce kinghiane (Shining, 1408) per poi giungere a territori parzialmente vicini allo Shyamalan di The Village, regala alcuni spaventi peraltro piuttosto elementari e prevedibili, e giunge alla conclusione senza lasciare una traccia significativa.
Un lavoro corretto, lineare, “medio” nel senso non disprezzabile del termine, ma sicuramente inferiore rispetto agli due lavori della After Dark che abbiamo analizzato nei giorni scorsi.

Alessio Gradogna








