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Survival of the Dead, la recensione

La nostra analisi del sesto capitolo della saga sugli zombi diretta da George Romero.

survival of the dead

George Romero si da al western. Sto scherzando? No, affatto. Per rendersene conto basta visionare Survival of the Dead, sesto capitolo dell’infinita saga sugli zombi, presentato a sorpresa in concorso allo scorso Festival di Venezia, e accolto da giudizi contrastanti.

Il film, ed è una novità per Romero, segue le linee narrative del precedente Diary of the Dead, ponendosi come una via di mezzo tra un sequel e uno spin-off. Un gruppo di soldati, già visti in una scena del lavoro sopracitato, sopravvive in qualche modo all’Apocalisse, attraverso furti ed espedienti di bassa lega, mentre ormai gli zombi hanno invaso l’America in ogni dove. Un giorno vedono su internet il video di un uomo, che invita gli spettatori a raggiungerlo sulla sua isola, ultimo rifugio sicuro in un mondo ormai allo sfascio. I soldati decidono di raccogliere l’invito, ma giunti sul posto si trovano nel mezzo di una faida che vede coinvolti James O’Flynn e la famiglia dei Muldoon, da tempo in lotta tra loro per il dominio del territorio.

Premessa: chi scrive non è tra quelli che giudica la saga-zombi di Romero pregevole e significativa solo fino al terzo episodio, avendo apprezzato (pur con qualche riserva) anche il tuffo metalinguistico di Diary, e ancor di più la freschezza narrativa e visiva del buonissimo Land of the Dead. Qui, però, con tutto l’affetto che si porta a Romero, siamo di fronte a un prodotto davvero deludente.

survival of the dead

L’uomo di Pittsburgh, dopo la sperimentazione metacinematografica del lavoro precedente, torna a uno stile classico, ma al contempo tenta un’azzardata commistione di horror e western, ambientando buona parte del racconto in un’isola in cui si estendono campi e praterie a perdita d’occhio. Momenti splatter decisamente sanguinari si alternano a campi lunghi accompagnati da allegre musiche country, e l’orda zombesca si mescola con donne a cavallo, uomini rozzi che sputano per terra, cappelli e stivali, pistole e fucili, recinti con i maiali e prede catturate al lazo. Un guazzabuglio che, putroppo, sta in piedi con molta fatica, e sfiora più volte il ridicolo.
Certo, l’ironia dissacratoria, caustica e anarchica di Romero non manca (come sottolineato anche dalla beffarda inquadratura finale), e il tema degli uomini che anche nel mezzo della catastrofe non riescono a trovare la pace con i propri simili, finendo per ammazzarsi tra loro invece di costruire un nuovo ordine sociale, è tanto scontato quanto comunque giusto. E’ proprio la struttura del film, però, a zoppicare e cadere al tappeto.

survival of the dead

Gli zombi, che emergevano imperiosamente dalle acque nella sequenza più bella di Land of the Dead, qui invece vivono in agguato sotto le acque, come squali o piranha pronti a morsicare lo sventurato nuotatore, oppure stanno sulla terraferma, schiavizzati, incatenati e costretti a ripetere in eterno i gesti e le occupazioni delle loro precedenti vite; questo sì che poteva essere un subplot interessante, ma Romero lo lascia in un angolo, preferendo concentrarsi sulle beghe virili tra le due famiglie, fino a esplodere in lunghe (e noiose) sparatorie. Lui si sarà divertito parecchio a girarle… Noi un po’ meno a vederle.

Oltretutto poi il basso budget questa volta si fa sentire, eccome, e alcuni effetti splatter creati con la CGI appaiono francamente imbarazzanti, facendoci rimpiangere i vecchi trucchi artigianali di Tom Savini.

Caro George, ti vogliamo tutti bene, e sempre che te vorremo… Ma forse è veramente ora di far riposare in pace i morti, e dedicarti ad altro.

Commenti dei lettori

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  • seneca29

    01 Dec 2010 - 15:51 - #1
    0 punti
    Up Down

    Hai perfettamente ragione, questo film è stato davvero deludente…. mi stupisco di Romero. : (

    Per fortuna gli altri cinque film sono migliori.