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I cult di George Romero: Creepshow e Monkey Shines

Non solo zombi, nella carriera del regista di Pittsburgh, ma anche altre pellicole di alto valore.

creepshow posterGeorge Romero nel corso della sua carriera ha dimostrato di poter realizzare prodotti di buona qualità anche al di fuori della sua adorata saga sugli zombi. Ne sono esempi pregnanti due pellicole degli anni Ottanta, che abbiamo rivisto con piacere nelle ultime ore: Creepshow e Monkey Shines.

La prima, uscita nel 1982, segna l’incontro tra due menti geniali dell’horror, ovvero lo stesso Romero e Stephen King. I due decidono di omaggiare il loro amore per il fumetto, e prendendo spunto dai famosi E.C. Comics e dal personaggio di Uncle Creepy (che in Italia sarebbe diventato Zio Tibia) mettono insieme un film a episodi. King scrive (e interpreta), e Romero dirige. Il risultato, pur discontinuo, è pregevole e divertente, e permeato da un genuino spirito nostalgico e appassionato che, a una sua revisione, risulta ancora godibile, e ci lascia anche un po’ di malinconia per una naturalezza d’intenti purtroppo oggigiorno spesso sepolta dalle logiche commerciali.
Creepshow profuma di vecchie videocassette e videoteche impolverate, e ha un sapore retrò di assoluto fascino; è un film eppure è girato come un fumetto, grazie alle ottime sperimentazioni che Romero mette in atto sul piano stilistico; azzarda con costrutto sul piano fotografico (opera di Michael Gornick, poi regista dell’inferiore Creepshow 2); accumula apparizioni di attori ben conosciuti (tra cui un giovane Ed Harris, il grande Hal Holbrook e un Leslie Nielsen pre-buffonerie, oltre al consueto cameo di Tom Savini); tocca tanti archetipi dell’orrore, e lo fa senza forzature, con competenza e ironia.
Strepitoso il terzo episodio (i due amanti sepolti vivi nella sabbia con l’alta marea in arrivo), bello ma un po’ troppo tirato per le lunghe il quarto (la cassa contenente una mostruosa creatura), semplici ed efficaci il primo e il quinto (la vendetta zombesca alla festa del papà, e il mecenate ossessionato dagli scarafaggi), surreale il secondo (la trasformazione di un fattore contaminato da un meteorite, con un King-attore a proprio agio nella parte di un contadino beone).
A corollario, un prologo e un epilogo tra loro collegati, e la voce di Uncle Creepy che ci traghetta da un episodio all’altro.
Un lavoro gustosissimo, da rivisitare periodicamente e conservare in un angolino del nostro cuore “oscuro”.

stephen king creepshow

Una citazione la merita anche Monkey Shines, diretto nel 1988, con il quale Romero tenta di accalappiare l’establishment hollywoodiano per uscire dalla nicchia del cinema di genere, mancando l’obiettivo ma dando vita comunque a un film di alto livello. Il potere distruttivo dell’avidità umana, le conseguenze esiziali della distruzione dei limiti imposti dalla scienza, la simbiosi uomo-animale che scivola nell’incubo. Qualche lungaggine di troppo, ma anche una narrazione solida, e capace di creare un meccanismo di suspence efficace e pregevole.

Insomma, Romero non è solo zombi. Tutt’altro. Dopo il pessimo Survival of the Dead, (ci) fa bene ricordarlo.