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RNFF 2010 - Necromentia

Iniziamo con le recensioni dei film horror in concorso al Ravenna Nightmare Film Festival.

necromentia posterHa preso il via l’edizione 2010 del Ravenna Nightmare Film Festival. Ieri sera, dopo Adam Resurrected di Paul Schrader, è stato proiettato il primo dei nove film in concorso, ovvero l’australiano The Loved Ones, di cui avevamo già parlato qualche tempo fa (qui la nostra recensione).

Stasera invece sarà il turno di Necromentia, soffocante discesa all’Inferno diretta da Pearry Reginald Teo, regista nato a Singapore che però vive e lavora in America.

Un film claustrofobico e intriso di un alone malsano e cupo, nel quale le storie di tre uomini e una donna si alternano e poi si intersecano sul confine tra la vita terrena e la dannazione eterna, in un crocevia di morte, sofferenza, inganni e vendetta. Accompagnato da una fotografia metallica e fredda, Necromentia viaggia in bilico tra realtà e dimensione onirica, e ci trasporta in un doppio universo lugubre, che lascia svanire i suoi pochi contorni di luce per annegare nel nero più assoluto e vorace, in un incubo dal quale ogni afflato morale viene torturato, squartato e polverizzato.

Il meccanismo narrativo messo in scena da Teo risulta un po’ ostico all’inizio, ma poi assume una maggiore linearità fino a diventare quasi prevedibile, nel tentativo (non sempre scorrevole) di far collimare le storie parallele dei vari personaggi, tutti quanti condannati a un destino di atroce dolore. Il punto su cui il regista pare puntare maggiormente è però quello visivo: il film lavora moltissimo di montaggio e sperimentazione, è frenetico e sincopato, ingloba le caratteristiche più estreme del cinema post-moderno, e in alcuni momenti diventa quasi un lungo videoclip, esagerando nell’affastellamento di vaghe suggestioni, e risultando alfine piuttosto stancante.

necromentia

Sopra a tutto, inevitabilmente, veleggia il fantasma di Clive Barker e del suo straordinario Hellraiser, anche se Teo, conscio del rischio, cerca in ogni istante di imporre un proprio stile, riuscendoci solo in parte. Alcune scelte sono senz’altro interessanti e azzeccate (le dissolvenze in nero, le musiche quasi sacrali, il feroce mostro zannuto, la psicopatologia dell’abbandono), altre invece appaiono davvero pessime, dall’apparizione dell’uomo con la testa di maiale, all’algido make up del demone Morbius, che sembra il fratello scialbo di David Bowie, senza fascino nè carisma.

L’impressione generale, quindi, è che il regista, pur dotato di talento, non sia qui riuscito a trovare il giusto bilanciamento tecnico e visivo per dare compattezza e concretezza al suo lavoro.

Appuntamento nei prossimi giorni per altre recensioni direttamente da Ravenna.