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RNFF 2010 - Red, White & Blue

In concorso a Ravenna il volto meschino, degradato e dannato di un'America senza futuro.

red white & blue

Ieri penultima giornata del Ravenna Nightmare, dedicata in particolare a due film in concorso, Finale e Red, White & Blue.

L’inizio non è dei migliori: Finale è infatti un lavoro pesante, mal costruito e realizzato ancora peggio, che sfrutta un’estetica inutilmente sovraffollata per raccontare una confusa storia dedicata al dramma di una madre, che straziata dal suicidio del figlio cerca in tutti i modi di scavare tra le pieghe del suo passato per scoprire la verità su cosa gli sia accaduto. Sette demoniache, vaghe reminiscenze argentiane, uno spirito crudele che pare uscito dall’ultimo videoclip di Marilyn Manson, una narrazione che quasi mai scorre con facilità, uno stile visionario nient’affatto originale, e una parte conclusiva tediosa e ridondante, per il peggiore tra i film in concorso in questa edizione.

Molto più interessante, invece, Red White & Blue, diretto da Simon Rumley, autore emergente dotato di discreta personalità e ormai ospite quasi fisso del Ravenna Nightmare. Un racconto di dolore e vendetta (a tutti gli effetti i temi portanti scelti per la selezione 2010), che con radicalità dipinge il volto oscuro di un’America povera, degradata e condannata all’affastellamento di ferite non più rimarginabili.

red white & blue

Il punto focale della storia è Erica, una ragazza priva di affetti e stabilità, che passa da un uomo all’altro, e da un letto all’altro, consumando il sesso come unico contatto fisico e (im)morale con l’umanità che la circonda. Intorno a lei convergono e si intersecano i drammi di Franki, aspirante rockstar che scopre di essere positivo all’HIV, e di Nate, reduce dall’Iraq anch’egli in cerca di legami e solidità mai vissute.

Al di là della violenza, che esplode nella seconda parte del film, Red White & Blue è soprattutto un’intensa storia di disperate solitudini e di anime dannate, allo sbaraglio nel mare dell’ipocrisia di una società egoista e meschina. Per loro è impossibile qualsiasi forma di futuro, e le rispettive vendette sono le sole opportunità per vomitare il sangue rappreso che soffoca le sofferenze reiterate e le privazioni ricevute.

Rumley è bravo, mette sul piatto molte idee e le incastona con efficacia soprattutto nella prima parte, dotata di momenti lievi e delicati davvero intensi (come nella splendida scena in cui Erica guarda la Tv, seduta sul divano, a casa di Nate: un piccolo e straordinario respiro di quell’intimità familiare che sempre le è stata negata). Più convenzionale, invece, la seconda metà della pellicola, in cui la rabbia deflagra con un estremismo visivo e narrativo forse perfino eccessivo, e comunque non necessario.

In ogni caso quello del regista inglese resta un lavoro interessante, e capace di imporsi oltre alla semplice facciata di un mondo perduto che mai vorremmo vedere, e di cui invece siamo circondati in ogni istante.