Questo sito contribuisce alla audience di

RNFF 2010 - A Serbian Film

Si chiude il festival, con la vittoria di "Godspeed", e la proiezione del famigerato film serbo.

a serbian filmSi è chiusa ieri sera l’edizione 2010 del Ravenna Nightmare, con le proiezioni degli ultimi due film in concorso, la cerimonia di premiazione (che ha visto la vittoria, decretata all’unanimità dalla giuria formata dal sottoscritto, Suzi Lorraine e Sean Hogan, dell’americano Godspeed), e una conclusione a tinte forti, affidata al famigerato A Serbian Film di Sdrjan Spasojevic.

Se n’è parlato tanto di questo film, forse troppo. Qualche mese fa su queste pagine scrissi un piccolo articolo di presentazione dell’opera, e tanto bastò a scatenare una furiosa polemica (se vi interessa la trovate qui) tra chi sostiene sempre e comunque la libertà di poter girare e visionare un prodotto estremo, e i moralismi bacchettoni di chi vorrebbe bruciare al rogo questo tipo di pellicole, lasciando trionfare la censura per potersi così affidare a un rassicurante immaginario fatto di nani danzerini, ragazzette seminude, grandi fratelli, fiction da dieci milioni di spettatori a puntata, cinepanettoni d’essai (sic), domeniche ai centri commerciali, telegiornali truccati e cervelli atrofizzati e omologati.

Ora, in questa sede, al di là delle stanche contrapposizioni ideologiche verso le quali è pressochè impossibile trovare un punto di raccordo, ci interessa semplicemente analizzare e giudicare il film, in quanto opera d’Arte (perchè tale è, nel bene e nel male). A tal proposito, a visione ultimata, non sono pochi i dubbi che sovvengono alla mente.

La storia ormai è risaputa: Milos, un ex attore porno, bisognoso di soldi per poter dare una vita migliore alla moglie e al figlioletto, accetta di tornare sulle scene per lavorare alle dipendenze di un misterioso regista, che gli offre un compenso da capogiro con l’unico obbligo di rimanere allo scuro riguardo alla trama dell’hard movie che dovrà interpretare. Firmando il contratto Milos, senza saperlo, stringe un patto con il diavolo, e si trova implicato in una terrificante spirale di violenza, perversione e sadismo, che lo coinvolgerà insieme ad altre vittime innocenti, famiglia compresa.

a serbian film

E’ facile, e non errato, vedere questo film come una metafora esorcizzante atta a mettere in mostra il degrado culturale e spirituale di una nazione, la Serbia, ancora incapace di trovare una propria identità spirituale ed economica. Da questo punto di vista il lavoro di Spasojevic raggiunge parzialmente il suo scopo, anche se in vari momenti si ha la netta sensazione di come il regista si sia lasciato prendere la mano, deviando dal sentiero primario per mirare soprattutto allo shock emotivo da infliggere all’occhio indifeso dello spettatore.

A un secondo livello di lettura, invece, A Serbian Film rappresenta un tentativo metalinguistico, in cui il fare Arte si eleva (o abbassa) alla pura autoreferenzialità, azzardando una riflessione sul meccanismo per il quale il cinema diventa vita, e viceversa, sino a smarrire ogni confine e barriera razionale.

Con coerenza, come sempre, io continuo a sostenere come sia positivo il fatto che un governo di Stato finanzi un film simile, nonostante la sua radicalità; un gesto di coraggio che in un paese ormai lobotomizzato, squallido e morente come l’Italia neanche ci sognamo. E’ anche vero, però, che di titoli legati al filone snuff movies e affini ne abbiamo ormai già visti tanti, migliori di questo.
A Serbian Film contiene sequenze davvero tremende, difficili da sopportare e digerire, mostruose nella loro ineluttabilità, ma è girato con una certa approssimazione e confusione, resta spesso sulla superficie, in pochi momenti riesce a essere compatto e davvero convincente, ed è molto lontano da altre pellicole masochiste e devastanti ma di solidità ben superiore, ad esempio Martyrs, The Girl Next Door e Mum & Dad.

“Molto rumore per nulla”, dunque? No, bé, non proprio. Questo film ha comunque una sua dignità artistica, senza dubbio, indipendentemente dall’opinione dei moralisti da quattro soldi. Il cinema di qualità, però, sta da un’altra parte.