Questo sito contribuisce alla audience di

Splice - la recensione

Analizziamo l'atteso fantahorror di Vincenzo Natali, uscito ad agosto nelle nostre sale.

splice posterCuriosamente Splice, l’atteso ritorno del regista di Cube Vincenzo Natali, è piaciuto più alla critica (o perlomeno parte di essa) che al pubblico, anche se alcune recensioni entusiaste lasciano qualche perplessità (chi vuol capire capisca). Qui ci limitiamo come sempre a esprimere in piena libertà la nostra opinione, ed ecco che ci troviamo a commentare un film molto inferiore rispetto alle alte aspettative.

La trama della pellicola si può riassumere in poche righe: due scienziati, compagni sul lavoro e anche nella vita, sono specializzati nel mescolare il Dna di diverse specie animali, con lo scopo di dar vita a creature ibride da cui provare a estrarre proteine utili per curare diverse malattie. A un certo punto però superano il limite, e utilizzano del genoma umano: ne esce fuori un essere metà uomo (anzi donna) e metà anfibio, e decidono di tenerlo nascosto agli occhi del mondo, per crescerlo quasi come fosse un figlio.

splice foto

Splice omaggia e ricorda molto da vicino il cinema fantahorror degli anni ‘50, e viaggia secondo uno spirito antico similare a tanti gloriosi lavori del passato, il che non è affatto un male. Il meccanismo narrativo è semplice e lineare, e la costruzione del racconto segue coordinate basilari e facilmente deducibili fin dalle prime scene. Gli stilemi di genere sono sviscerati soprattutto nella parte iniziale, mentre nel proseguimento della faccenda il lato fantascientifico trasla in una storia dedicata alla famiglia, al desiderio negato di maternità, alle conflittualità dell’unione tra il rapporto sentimentale e professionale, alla gelosia galoppante, e all’amore verso una creatura “diversa” che scavalca le barriere per approdare a risoluzioni morbose e incestuose.

I temi, per quanto assai derivativi, sono sulla carta intriganti, ma quello che manca nel lavoro di Natali è proprio la sostanza, l’approfondimento, il coraggio di scendere in profondità. Splice ha il grave difetto di restare in superficie, non scorre e non emoziona, e non ci permette di trovare la necessaria empatia verso questa creatura dagli occhi dolci, e verso questa madre-non madre le cui emozioni contrastanti rifuggono dalla nostra partecipazione emotiva.

Nonostante alcuni discreti effetti speciali, è proprio la solidità del racconto a mancare, per colpa di una sceneggiatura grezza ed elementare, che oltretutto in certi punti frana in soluzioni francamente ridicole (come quando all’improvviso appare la fattoria abbandonata della madre morta della scienziata, o in alcune fantomatiche trasformazioni della “cosa”).
Natali ci mette poi del suo, con una regia piatta e anonima, inserendo anche un paio di scene erotiche di inusitata bruttezza (nella prima delle quali si nota chiaramente come la Polley finga di fare sesso indossando i pantaloni !!). I due attori (la stessa Polley e Adrien Brody), dal canto loro, non lasciano il segno, la profondità strutturale dei vari Cronenberg e Carpenter resta un’utopia, e il finale, finalmente concitato, crudo e politicamente scorretto, non basta a risollevare un prodotto a conti fatti davvero deludente.