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Buried - la recensione

La nostra analisi del claustrofobico film di Rodrigo Cortes, uno dei maggiori successi di genere dell'anno.

buried film 2010

Buried è stato sicuramente uno dei film di genere di maggior successo del 2010. Atteso con febbrile impazienza, dopo la sua uscita ha poi ricevuto consensi quasi ovunque, finendo anche per aggiudicarsi il prestigioso Méliès d’Or come miglior film fantastico dell’anno. Una gloria meritata, oppure no? Dopo averlo visionato possiamo dire, tutto sommato, di sì.

Quella di Rodrigo Cortes, regista giovane e di sicuro talento, è una bella sfida: ambientare 90 minuti di narrazione all’interno di una bara, sepolta chissà dove nel deserto dell’Iraq, con un unico attore rinchiuso lì dentro. Un uomo solo, vittima di una delle più atroci condanne che si possano immaginare: svegliarsi vivo ma imprigionato in una cassa stretta e soffocante, con il solo supporto di un telefono cellulare, qualche torcia, una penna e pochissimi altri oggetti.
Un azzardo affascinante, dunque, dal punto di vista strutturale, che rischiava però di tramutarsi in una stupidaggine colossale, oppure nel trionfo della noia e della non-credibilità. Cortes, invece, ce l’ha fatta.

Il film infatti riesce a essere teso e claustrofobico al punto giusto, a tenere incollata l’attenzione dello spettatore, a non crollare su se stesso sotto il peso della durata da lungometraggio, e a correre fino al traguardo con una certa sfrontatezza.
Certo, se si vuole fare i puristi qualcosa che non torna effettivamente c’è, ad esempio la miracolosa durata della batteria del cellulare, che si dovrebbe scaricare e invece resiste a oltranza, ma è pur vero che un minimo di malleabilità ci vuole, e in questo caso è richiesta e consentita.

buried film 2010

Buried funziona come puro meccanismo di suspence, e con un po’ di fantasia, forzando i limiti del campo di ripresa, riesce perfino a sfruttare l’angusto spazio a disposizione per disseminare idee di regia neanche tanto banali, tutt’altro. Ryan Reynolds conduce con precisione e carisma il suo one-man-show, mentre Cortes azzanna la pazienza dello spettatore, gioca con le tonalità di buio/non buio, e prova anche a tessere una critica feroce contro l’idiozia della guerra.
L’autore, scartando abilmente la retorica, attacca sia gli americani sia i loro nemici mediorientali, estrapolando la tesi secondo cui tutte le parti in causa sono colpevoli, e a farne le spese è soltanto l’uomo comune, piccolo e senza potere; una marionetta nelle mani dell’avidità sociale, un burattino appeso ai fili di una mostruosità senza appello, una formica schiacciata dal sangue dell’eterna follia.

In un lavoro di questo tipo, assume poi un’importanza fondamentale la risoluzione finale, ed ecco che, senza ovviamente svelare nulla per chi ancora non avesse visto il film, Cortes mette in scena la conclusione più “giusta” e coerente, senza per fortuna perdersi in balocchi pleonastici che avrebbero sminuito l’efficacia dell’intero lavoro.

Se volete un prodotto davvero estremo e lancinante, nel discorso riguardante la claustrofobia filmica, il consiglio è quello di riguardare lo straordinario Haze di Shinya Tsukamoto. Qui siamo a un livello più malleabile e innocuo, ma il regista spagnolo vede premiata la sua spavalderia, e porta a casa il risultato. Bravo.