Questo sito contribuisce alla audience di

TOFIFE 28 - L.A. Zombie

Il film più discusso e radicale visto a Torino: un progetto che mescola horror e porno gay.

LA ZombieBruce LaBruce è un autore molto conosciuto nel panorama queer. Con il suo ultimo lavoro, L.A. Zombie, già passato a Locarno e ora presente nella sezione Onde al Torino Film Festival, ha voluto mettere in piedi un’opera controversa, coraggiosa, e destinata a dividere radicalmente le opinioni, cercando un complesso e sperimentale connubio tra splatter horror e porno gay. Il risultato finale, nonostante alcune peculiarità interessanti, non risulta però convincente.

Il film narra la storia di uno zombie che si aggira per i vicoli fatiscenti di una Los Angeles sporca e degradata, nella quale la delinquenza e la crudeltà dominano una società di reietti e uomini allo sbando. L’uomo-mostro porta però in sè una specie di missione salvifica: con il suo sperma nero, che esplode dal suo enorme membro dopo aver penetrato le ferite sanguinanti dei corpi delle vittime che trova sulla sua strada, può riportare i morti in vita.

LA Zombie foto

L’opera di LaBruce si distingue per un uso molto ricercato e affascinante della fotografia, che insiste su aspri colori blu e rossi per creare un universo iperrealistico, e sfrutta una regia abile a muoversi tra le direzioni guida del cinema e gli scatti rapidi di matrice prettamente videoclippara. Non ci sono dialoghi, e per 63 minuti sono soltanto le immagini e la musica extradiegetica ad accompagnarci, in un viaggio nelle viscere putride dell’America contemporanea, nella quale lo zombi (intepretato dal pornoattore François Sagat) assume i contorni di un Angelo caduto dal cielo per ridare vita e respiro alle vittime della follia quotidiana.

Al di là della radicalità delle situazioni (alcune sequenze sono smaccatamente hard), ciò che però lascia molti dubbi è l’effettiva valenza del progetto, che dopo la parte iniziale si perde in un limbo senza direzione. C’era forse materiale per 25-30 minuti, non di più, e l’allungamento del lavoro a 60 non fa che annullare il ritmo e moltiplicare i tempi morti. Il tema di base, oltretutto, dopo un po’ resta abbandonato a se stesso, e LaBruce scivola in un affastellamento di ripetitive situazioni ad alto contenuto erotico che nulla aggiungono alla poetica dell’insieme.

La sensazione, dunque, è quella di un’occasione in parte sprecata. La visione, ovviamente, non è consigliata ad un pubblico “easy”.