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TOFIFE 28 - Outcast

Dall'Irlanda un horror stregonesco che prova a coniugare realtà sociale e tematiche soprannaturali.

outcast poster

Recuperato in extremis dopo che mi era sfuggito di mano nei giorni precedenti, fagocitato dalle mille altre visioni anche e soprattutto extra-horror, ho concluso il mio viaggio nella sezione Rapporto Confidenziale del Torino Film Festival 2010 con Outcast, dell’irlandese Colin McCarthy.

Mary va a vivere in un casermone popolare nella periferia di Edimburgo, insieme al figlio adolescente. La donna è dotata di poteri stregoneschi, e cerca di tenere il figlio al riparo da qualsiasi pericolo esterno. Nel frattempo, però, due uomini anch’essi avvezzi alla Magia danno loro la caccia. Come se non bastasse, un mostro gigantesco e famelico si aggira per strade del quartiere, e il giovane, nonostante i rimbrotti della madre, si innamora di una seducente ragazza di nome Petronella.

Raccontato così sembra un delirio senza capo nè coda, e in parte davvero lo è. Outcast, nelle intenzioni dell’autore, doveva essere una sorta di fiaba nera ambientata ai giorni nostri, capace di fondere un certo cinema d’impegno sociale con la tensione dell’horror puro e gli elementi soprannaturali. Era difficile trovare un giusto equilibrio in un progetto così complesso, e infatti il film irlandese in più punti sembra faticare a trovare un’adeguata costruzione d’insieme.

Il lavoro di McCarthy è discontinuo e fluttuante, nel senso che alterna momenti azzeccati e abbastanza affascinanti a cadute di tono piuttosto risibili, una regia in alcuni punti fantasiosa al punto giusto ed effetti speciali non sempre adeguati, una certa atmosfera morbosa e sviluppi di trama infinitamente prevedibili, per poi scivolare anche, nel pre-finale, in una citazione kubrickiana davvero pessima.

Nella sostanza ci troviamo di fronte a un discreto pasticcio, anche se qualcosa da salvare c’è.