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Rammbock - Recensione

Dalla Germania un piccolo film sugli zombi, semplice, lineare, godibile, e con buone idee.

rammbock posterÈ grigio il cielo sopra Berlino. Quasi nero. Non può essere altrimenti, quando ti ritrovi sul tetto di una squallida palazzina assediata da creature impazzite che ti braccano nel tentativo di divorarti, e oltretutto hai appena scoperto che la donna che amavi ti ha lasciato per mettersi con un altro uomo. A questo punto ti restano solamente due scelte: salire sul parapetto e buttarti di sotto, così da avere almeno la possibilità di decidere in autonomia la tua morte, oppure cercare le energie per provare comunque a combattere.

Questa è forse una delle scene più significative di Rammbock, zombi-movie tedesco diretto dal debuttante Marvin Kren, uscito nel 2010 e transitato con discreto successo in numerosi festival (ad esempio Locarno e il Science Fiction di Trieste); un lavoro semplice, forse anche scontato, ma condotto attraverso un’apprezzabile genuinità d’intenti, e piccole idee senza dubbio meritevoli di considerazione.

In un periodo in cui le pellicole dedicate ai morti viventi si affastellano e si sprecano, perseguendo una moda che inizia davvero a prosciugarsi di qualsiasi energia rappresentativa, trovare ancora qualcosa di originale da dire e mostrare risulta quasi impossibile. Forse allora è opportuno fare un passo indietro, e confezionare prodotti lineari, di buon intrattenimento, che non debbano per forza rincorrere soluzioni narrative originali con il rischio di scadere nel ridicolo (come accaduto, ahinoi, al maestro Romero in Survival of the Dead). Kren lavora proprio in questo modo: mette in piedi una storia semplice e breve, senza pleonasmi e forzature, e riesce nell’intento.

rammbock film

Michael torna a Berlino e va a casa di Gabi, la sua ex ragazza. Vorrebbe restituirle le sue chiavi, e magari anche tentare di ricostruire un rapporto concluso in maniera dolorosa. Lei però non c’è. Dal cancello della palazzina inizia ad arrivare un’orda di zombi, e chi si trova dentro agli appartamenti non può fare altro che sprangare le porte e difendersi dall’assedio. Michael, insieme all’idraulico Harper, si barrica nell’alloggio di Gabi, sperando che l’epidemia passi in fretta. Quando si rende conto che rimanendo lì rischia di fare una brutta fine, mette in moto il suo ingegno sopito dalla noia della vita, e inizia a studiare una via di fuga.

Tutta qui la trama di Rammbock. Ma va bene così. Kren infatti utilizza con costrutto gli spazi limitati a sua disposizione, riesce a fornire una discreta caratterizzazione ai suoi personaggi, sfrutta al meglio il basso budget, ingloba la storia in una fotografia cupa e claustrofobica, e azzarda anche qualche interessante spiegazione scientifica riguardo all’epidemia (dovuta a un agente patogeno che sconvolge la mente delle vittime, senza però portare automaticamente al contagio: quest’ultimo infatti si attua soltanto a causa dell’adrenalina, prodotta dallo stress nervoso, e dunque può essere tenuto a bada con l’utilizzo di tranquillanti e sedativi).
L’orrore si mescola con momenti di sana ironia e dialoghi ai limiti del surreale, e gli eventi si dipanano con scioltezza, sino a un finale pervaso da un sorprendente tocco di romanticismo. Alcuni attori sono espressivi come impiegati del catasto, ma è un difetto che si perdona senza sforzo.

rammbock foto

Il film dura soltanto 60 minuti, e non è difetto. Anzi, casomai è una lezione per tutti i produttori che ogni volta cercano disperatamente di allungare la minestra sino ai canonici 80-90 minuti, con il risultato di ingolfarsi in micidiali tempi morti e ripetizioni sfinenti. Oltretutto va anche segnalato che il lavoro è coprodotto da Tv pubblica tedesca. Cosa neanche lontanamente immaginabile in questo paese.

A conti fatti Rammbock è un prodotto onesto, godibile e “giovane”, e dimostra come ormai, se togliamo il panorama underground in cui per fortuna c’è una grande vitalità, perfino la Germania sia più avanti dell’Italia nelle produzioni di genere. Qui, infatti, siamo ancora fermi al Dracula in 3D di Dario Argento… poveri noi.