È una delle pietre miliari della commedia all’italiana. Cinque amici, cinque galantuomini di mezz’età, che rifuggono la serietà della vita e i suoi impegni per le “zingarate”. La condizione di zingari prevede la totale messa da parte dei propri problemi, della propria posizione, e la ricerca di uno scherzo geniale ai danni del prossimo. Da cult le scene dello schiaffo ai passeggeri in partenza alla stazione o “la supercazzola”.
È il gusto di prendere la vita alla leggera, nutrire con l’ironia quel fanciullino che la maturità e le convenzioni cercano di sopprimere. Ma le zingarate sono anche il segnale dell’angoscia del vivere, della terribile noia che affligge l’uomo nella routine quotidiana. L’evasione buffonesca del Necchi, del Perozzi, del Sassaroli, del conte Mascetti, del Melandri nasconde una disperata fuga dalla realtà, dalla sua soffocante normalità. “Amici miei” è una serie irresistibile di gag che non diventano mai pura evasione, ma hanno una carica di malinconia che graffia l’anima.
“Amici miei” girato da Mario Monicelli nel 1975 nasce da un’idea di Pietro Germi e può essere considerato un po’ una summa del suo percorso da “commediante” iniziato con “Divorzio all’Italiana”. Germi non ha potuto girare il film perché malato - decise di affidarlo all’amico Monicelli – ed è morto il primo giorno di riprese. La storia - con tutto il carico di cinismo e malinconia che era una costante dei film di Germi - si deve al suo genio; la sceneggiatura - Monicelli, Pinelli, Benvenuti, De Bernardi - e l’interpretazione – Tognazzi, Moschin, Celi, Del Prete, Noiret – hanno fatto il resto.

Delio Colangelo








