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"Che ora è" di Ettore Scola

Dimenticate film come “C’eravamo tanto amati” o ” La Famiglia”; dimenticate quindi i grandi affreschi familiari, i grandi racconti che attraversano e si intrecciano alla[...]

Dimenticate film come “C’eravamo tanto amati” o ” La Famiglia”; dimenticate quindi i grandi affreschi familiari, i grandi racconti che attraversano e si intrecciano alla storia italiana. “Che ora è” è un piccolo film, intimista, che si svolge in qualsiasi giornata di una Civitavecchia incolore. “Che ora è” è soprattutto un film che nasce da affinità artistica: quella tra Troisi e Mastroianni.

Ettore Scola, uno dei grandi della commedia all’italiana, aveva diretto i due attori nel film “Splendor” del 1988 sul tramonto delle sale cinematografiche. Siccome la coppia funzionava, ha pensato per loro un piccolo film in cui non doveva succedere niente. E, in effetti, in “Che ora è” non succede niente. Non c’è azione, non ci sono avvenimenti; solo un padre (Mastroianni) e un figlio (Troisi) a spasso per Civitavecchia. Il loro è un rapporto difficile: non hanno mai dialogato molto, si conoscono poco e tutta la giornata diventa un estenuante tentativo di posizionarsi sulla stessa lunghezza d’onda.

Che ora è” è un film sul rapporto padre-figlio oppure è un film sulla comunicazione sbagliata tra un padre e un figlio: un padre che non ha mai parlato con il figlio e vuol recuparere in una sola giornata; un figlio introverso che ha sempre subito il fascino del padre. Troisi è l’altra faccia di Mastroianni per il semplice fatto che è cresciuto nell’angoscia del confronto. Se il padre è attivissimo, intraprendente, sicuro, il figlio è insicuro, riflessivo o, meglio, inconcludente. “Che ora è” è un film di dialoghi, di parole vuote, in cui i due protagonisti discorrono di tutto per non parlare di nulla, per non affrontarsi. Il dialogo non si realizzerà che nello scontro, in cui finalmente vuoteranno il sacco.

Scola prima di essere un regista è stato uno sceneggiatore ; la scrittura è, difatti, il punto di forza di questo film. Il titolo “Che ora è”, volutamente senza punto interrogativo, non rimanda a una interrogazione ma è un gioco, un tramite che permette al padre e al figlio di avere un contatto. Al centro del “che ora è” c’è un orologio che rinvia alla famiglia paterna e a cui il figlio è estremamete legato. L’orologio che il figlio Troisi preferisce a beni più materiali e freddi come una casa o una macchina, è il legame arcaico mediante il quale si crea tra i due un contatto. Un contatto che fa sperare nella possibilità di un dialogo futuro.