Lago Maggiore, 1953. Noa ricorda quando, dieci anni prima, viveva con la sua famiglia all’Hotel Meina di proprietà del padre, ebreo. Subito dopo l’annucio dell’armistizio dell’8 settembre tra gli Alleati e l’Italia, la vita di tutta la sua famiglia e di tutti gli ospiti dell’albergo viene sconvolta dall’arrivo delle SS, che rinchiude gli ebrei costringendo tutti a una settimana di terrore e attesa. Nell’attesa di poter sperare in qualcosa – la fine della guerra o la possibilità della fuga - i prigionieri vivranno una terribile settimana in questa lussuosa gabbia di paura e dolore che è l’Hotel Meina.
Carlo Lizzani torna sul grande schermo con un film importante sul fascismo e sull’antifascismo, sulla tragedia della persecuzione nazista ai danni degli ebrei. Appoggiandosi al libro di Marco Nozza che racconta di fatti realmente accaduti, il regista di “Fontamara” e di “Achtung! Banditi!” ci consegna una struggente storia che merita di esser custodita dalla memoria umana. È un film corale, spiega Lizzani, che vuol raccontarci il primo eccidio di ebrei avvenuto in Italia, 54 persone uccise dai nazisti a ridosso dell’armistizio, di cui 16 a Meina, nell’omonimo albergo, interpretati quasi solo da attori teatrali, poco conosciuti al grande pubblico, in modo da non distrarre il pubblico dal momento testimoniale.
Il film è stato criticato per alcune eccessive libertà poetiche e la sceneggiatura, scritta dal regista con Filippo Gentili Dino Leonardo Gentili e Pasquale Squitieri, non ha avuto la benedizione di Becky Behar, sopravvissuta alla tragica vicenda dell’Hotel Meina, ancor prima che il film fosse girato. La risposta di Lizzani non ha tardato ad arrivare: “Si può pensare quindi che io mi accinga oggi con “Hotel Meina” a realizzare un film che offenderebbe gli ebrei, come afferma impropriamente la signora Behar? È proprio per onorare la memoria di quelle vittime che gli sceneggiatori Dino e Filippo Gentili, e io stesso, abbiamo voluto rendere ancora più universale - e di significato attuale - la vicenda di Meina, già così sapientemente raccontata da Nozza, cercando di far irrompere nella sua cornice il vento della Grande Storia”.
In altre parole, Lizzani rivendica l’autonomia dell’arte rispetto alla cronaca storica – nei limiti della verità storica, s’intende – proprio perché lo scopo del film, diversamente dalla narrazione storica, è quello di restituirci tutta la passione di quelle esistenze tormentate dalla follia nazista. Soltanto attraverso la “finzione” possiamo essere investiti dal quel pathos umano che nessuna scrittura storica potrà darci. Non è una novità: nella critica a Lizzani rivediamo quelle che colpirono Bellocchio all’uscita del suo “Buongiorno, Notte” sul caso Moro.

Delio Colangelo








