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"Italia odia": una rassegna alla Cineteca Nazionale

Alla Sala Trevi del Cineteca Nazionale di Roma, fino al 18 giugno, una rassegna sul b-movie dal titolo: “Italia odia: il cinema italiano può sparare” Dopo il western all’italiana, il[...]

Alla Sala Trevi del Cineteca Nazionale di Roma, fino al 18 giugno, una rassegna sul b-movie dal titolo: “Italia odia: il cinema italiano può sparare”
Dopo il western all’italiana, il cinema della contestazione, prima e durante gli schermi di piombo, nasceva (o rinasceva?) un nuovo genere in Italia: il poliziesco, visto erroneamente da una certa “intellighenzia” di allora, come la variante spettacolare e revanchista del cosiddetto cinema d’impegno civile. Eppure rivedere oggi quei film significa farci comprendere chi eravamo e che cosa siamo diventati. Ma forse il poliziesco italiano, che taluni critici in tono spregiativo ribattezzarono nel pieno degli anni settanta con il termine poliziottesco, è sempre esistito. Basta ritornar con la memoria al nostro dopoguerra e appariranno delle pellicole come Gioventù perduta, Un maledetto imbroglio di Pietro Germi, ma anche Il bandito di Alberto Lattuada o Il bivio di Fernando Cerchio.

Roberto Curti, nel suo imprescindibile Italia odia. Il cinema poliziesco italiano (Lindau, Torino, 2006), giustamente notava: «Come già era accaduto con lo spaghetti western, i poliziotteschi si moltiplicano a vista d’occhio e vengono assorbiti con voracità dal mercato. Sono perlopiù prodotti popolari a budget medio-alto, capaci di lanciare nuovi divi (Maurizio Merli, Luc Merenda) e di dare nuovo splendore agli eroi della passata stagione (Franco Nero, Tomas Milian). E, dietro alla macchina da presa, registi dal solido mestiere come Enzo Girolami Castellari (La polizia incrimina, la legge assolve; Il grande racket), Umberto Lenzi (Milano odia: la polizia non può sparare; Roma a mano armata), Stelvio Massi (la serie Mark il poliziotto) trovano nel poliziesco le condizioni produttive e gli stimoli per esprimersi al meglio. […] È un filone che si confronta con la pura e tremenda realtà italiana del tempo, cogliendone […] contraddizioni e ansie, fotografando i cambiamenti sociali e politici in atto, pescando dall’attualità per mettere in scena episodi di cronaca nera […]. Ma il poliziesco sa anche donare al pubblico degli eroi, facendo propri e rilanciando l’ansia e la rabbia scomposte dello spettatore, il “dove andremo a finire?”, unica domanda possibile di fronte al baratro della violenza urbana, delle bombe, del disagio giovanile, delle istituzioni che si sgretolano e della lotta armata». Italia odia: il cinema italiano può sparare vuole non soltanto far rivedere i cosiddetti campioni d’incasso, ma anche i sottoprodotti a bassissimo costo, magari destinati a una distribuzione regionale, utili testimonianze di un brulicante sottobosco artigianale e autarchico e futura materia d’ispirazione e di citazione di un maestro del cinema postmoderno quale Quentin Tarantino.

Ma questi polizieschi non contengono solamente un aspetto nostalgico, proprio perché, per paradosso questi film, rispetto ad altri prodotti coevi, non risultano datati, ma straordinariamente attuali, perfetti nel cogliere lo spirito di un tempo che sta pericolosamente tornando… che gli anni Settanta si siano, al di là dei consueti anniversari, reincarnati in questo decennio?
In questa seconda parte si rende omaggio al più amato (soprattutto dal pubblico femminile) divo del cinema poliziesco Franco Gasparri (e indirettamente al maestro del genere Stelvio Massi, che lo ha diretto in tre film) con la proiezione del documentario diretto dalla figlia Stella e dei primi due film della serie Mark il poliziotto. Una giornata sarà dedicata al cinema indipendente con due opere recenti, il lungometraggio Dentro la città di Andrea Costantini e il mediometraggio Calibro 70 di Alessandro Rota, che hanno rinnovato i canoni del cinema poliziesco anni Settanta, in modo completamente diversi (la contestualizzazione nel mutato clima sociale e metropolitano, il primo, l’omaggio e la citazione, il secondo), abbinati a un incontro con i protagonisti di questa operazione di recupero e alla proiezione di un film precursore, Il bivio di Fernando Cerchio, e di un cult, Torino violenta di Carlo Ausino, entrambi ambientati a Torino, come Calibro 70.

Altri cult presentati in quest’occasione sono il “tarantiniano” La belva col mitra, incursione nel genere del maestro dello spionistico Sergio Grieco, il dittico di Massimo Dallamano La polizia chiede aiuto e Quelli della calibro 38, gli invisibili Come cani arrabbiati di Mario Imperoli (che fa da pendant al quasi omonimo film di Mario Bava Cani arrabbiati, inserito nell’omaggio a Don Backy, ma idealmente ricompreso anche in Italia odia: il cinema italiano può sparare), L’avvocato della mala di Alberto Marras, No alla violenza del grande caratterista Tano Cimarosa, La banda Vallanzasca di Mario Bianchi. E poi Enrico Maria Salerno, il primo commissario del poliziesco all’italiana, qui protagonista de La polizia sta a guardare di Roberto Infascelli e de La polizia è al servizio al cittadino? di Romolo Guerrieri, la Bologna inedita de La polizia è sconfitta di Domenico Paolella, altro artigiano prestato al poliziesco, la fine del genere, preannunciata da un film come Napoli si ribella di Michele Massimo Tarantini, che già prelude, con i duetti fra il commissario (Luc Merenda) e il maresciallo (Enzo Cannavale), alla “degenerazione” delle ultime avventure di Nico Giraldi, ovvero il passaggio dal poliziesco alla risata. E infine Franco Califano protagonista assoluto di Gardenia, anch’esso di Paolella, omaggio a un altro cantante che ha provato a fare l’attore seriamente, come Mino Reitano e Don Backy, al di fuori dei rassicuranti sche(r)mi del musicarello.