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A proposito di Gabriele Muccino (e di Truffaut)

Non ho mai apprezzato il cinema di Gabriele Muccino. Sicuramente è un regista di talento, un bravo artigiano che sa costruire i suoi film, e il successo di pubblico che sta avendo anche il suo ultimo[...]

Non ho mai apprezzato il cinema di Gabriele Muccino. Sicuramente è un regista di talento, un bravo artigiano che sa costruire i suoi film, e il successo di pubblico che sta avendo anche il suo ultimo lavoro lo dimostra.
Tuttavia ho sempre diffidato di un certo tipo di cinema che esaspera i sentimenti, che punta sull’estremo e esagerato com-patire. Credo che il cinema debba avere, come uno dei suoi obiettivi, la sobrietà dell’immagine. Mi spiego.

In ogni film c’è l’identificazione dello spettatore col protagonista; lo spettatore patisce insieme al protagonista, si identifica, sente che il dramma del personaggio è simile al suo. Attraverso questo meccanismo, lo spettatore riflette sulla sua vita, sulla vita in generale, in definitiva sulle leggi del mondo. Una certa dose di “compassione” è dunque necessaria perché ci sia un legame emotivo tra lo spettatore e il personaggio. L’ipercompassione a cui ci spingono film come “Baciami Ancora” sfocia però nel patetismo.

L’abilità di Muccino sta nel cercare l’identificazione e la compassione senza alcuna cautela: sceglie un tema universale come l’amore, poi mette insieme 4 o 5 storie diverse che un po’ racchiudono le principali forme o modi di amore eterosessuale. In questo modo tutti, più o meno, ci possiamo riconoscere o possiamo riconoscere una nostra esperienza passata. Poi, fa agire queste storie contemporaneamente, un po’ una un po’ l’altra, in un crescendo di tensione. Tenendo un ritmo sempre molto veloce, inevitabilmente spinge lo spettatore a immedesimarsi completamente e scatena in lui delle forti emozioni. Tuttavia queste storie di amori urlate e inseguite sotto la pioggia non portano mai a una riflessione profonda ma, in un certo senso, svuotano lo spettatore così che egli può uscire dal cinema più leggero perché ha scaricato la propria tensione emotiva.

Ma il cinema non dovrebbe far riflettere? Magari, alcune volte, far immaginare più che far vedere, tenendo il pathos fuori campo? Pensate a Kiarostami, oppure ad Haneke. Non è forse troppo facile risolvere tutto esasperando emotivamente le situazioni invece di scegliere soluzioni stilistiche più meditate e più sobrie?

Ciò di cui parlo può emergere bene da un confronto tra Muccino e Truffaut, entrambi registi “popolari”. Prendete la famosa scena de “L’ultimo bacio” in cui Giovanna Mezzogiorno scopre il tradimento di Stefano Accorsi. Muccino sceglie la soluzione più facile, più “realistica” e la esaspera al massimo: la Mezzogiorno urla contro il suo compagno, lo picchia e alla fine prende un coltello in mano; Accorsi, dal canto suo, prima subisce, poi urla e va via sbattendo la porta.

Tutto normale. In fondo è una scena che avremmo potuto vedere dappertutto, è molto realistica e funziona bene (probabilmente più di qualcuno l’ha vissuta sulla propria pelle). Ma il problema è proprio questo! Muccino sceglie la più facile delle soluzioni, la esaspera (il coltello) in modo che lo spettatore sia immerso completamente nella scena. Lo spettatore la vive come la stessa partecipazione che ci metterebbe se la vedesse in strada. E, del resto, Muccino non si fa problemi e probabilmente difenderebbe la sua scelta stilistica (come fanno Moccia e gli altri delle commedie romantiche pseudo adolescenziali o generazionali) dicendo che è una scena realistica, che riproduce bene la realtà delle storie d’amore. Però non considera che il cinema, e l’arte in generale, non deve riprodurre la realtà, ma rappresentarla; in altre parole, c’è bisogno di una certa distanza dal reale che permetta allo spettatore di non lasciarsi completamente coinvolgere. C’è bisogno, in definitiva, di un effetto di straniamento che renda il film mimetico sì, ma in un senso più alto.

E la differenza tra un abile regista come Muccino e un grande regista come Francois Truffaut si può vedere nel modo in cui quest’ultimo tratta il tradimento.

Nel film Domicile Conjugal (tradotto purtroppo in italiano con “Non drammatizziamo, è solo questione di corna) il protagonista Antoine Doinel tradisce sua moglie con una ragazza giapponese. Ora l’amante regala delle rose a Doinel con all’interno delle frasi d’amore. Doinel non lo sa e quando la moglie gli chiede dei fiori che ha portato a casa, lui risponde che li ha comprati per lei. La moglie Christine li mette in un vaso, poi dà la pappa al suo bambino; Antoine non è in casa perché è uscito con la sua amante. Purtroppo per Antoine (e qui, primo colpo di genio di Truffaut) i fiori, improvvisamente, sbocciano e i bigliettini con le frasi d’amore cadono sul tavolo. Christine ha la prova del tradimento di Antoine. Ora come credete che Christine accoglierà Antoine al suo ritorno? Urlando? Prendendo un coltello? Aprendo la finestra per far entrare la pioggia? Niente di tutto questo. Truffaut sceglie la soluzione meno comune, più incredibile, che colpisce lo spettatore eppure non lo agita eccessivamente: quando Antoine tornerà a casa troverà la moglie vestita con un tipico abito giapponese e allora capirà che ha scoperto tutto. Geniale!
(purtroppo la scena del film di Truffaut non l’ho trovata in italiano, ma è eloquente anche se non si capiscono i dialoghi)

Ecco la differenza tra un artigiano (Muccino) e un artista (Truffaut).