“Dieci inverni” è un film poetico, grazioso, romantico. È la storia di un amore che non vuole sbocciare, che si perde e si rilancia nell’arco di dieci anni. Due ragazzi, Camilla e Silvestro (Isabella Aragonese e Michele Riondino, molto affiatati) si incontrano sul vaporetto nella laguna veneziana e tra loro scocca subito la scintilla. Siamo nel 1999 e la scintilla si perde subito, tra l’invadenza di Silvestro e la freddezza di Isabella. Passa un anno, poi gli altri, tra l’orgoglio di Silvestro e la ricerca ossessiva della solitudine di Camilla, tra la paura del primo e l’insicurezza della seconda.
Dei dieci anni che passano tra l’incontro dei due protagonisti e il loro definitivo ritrovarsi (e, finalmente, amarsi), il regista Valerio Mieli sceglie di raccontare solo gli inverni che passano. E questo perché l’inverno freddo, cupo e buio della laguna, o della Russia, è particolarmente congeniale allo stato d’animo dei protagonisti e al loro amore “congelato”. In realtà, il film non racconta dieci anni di una storia d’amore vissuta in potenza ma, appunto, i “dieci inverni” di questa storia, dieci quadri che raccontano (oppure non raccontano) la lunga preparazione di un amore. Già, perché la scelta stilistica di Mieli è proprio quella di non narrare, di non raccontare la vita di questo amore (la narrazione “salta” continuamente, ci pone di fronte a delle novità importanti di cui non mostra il modo in cui si sono formate). È come se ogni quadro rappresentasse la possibilità per i due ragazzi di incontrarsi, di amarsi, ma questa possibilità è sempre fermata da qualcosa che è accaduto prima dell’inverno, e che a noi interessa solo nella misura in cui rappresenta un ostacolo per il loro amore. È, quindi, un racconto ontologico dell’amore, nel suo essere sentimento, sospiri, afflizioni. Un sentimento che cresce e che decresce dolcemente, che monta e poi si perde senza bruschi cambi di rotta. Una tensione sottile, che si mantiene “funambolicamente” sul filo, senza mai cadere nel patetico ( come invece cade - masochismo romantico - l’ultimo film di Muccino: amore urlato, inseguito, esasperato, sempre bagnato).
“Dieci Inverni” è un’opera prima, nasce da un progetto che Valerio Mieli ha coltivato quando era allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e che è stato finalista al Premio Solinas – Storie per il cinema 2007. Il film è diventato anche un libro edito da Rizzoli in cui Camilla e Silvestro raccontano in prima persona i loro incontri, aggiungendo a quanto visto sul grande schermo particolari preziosi per ricostruire i loro dieci lunghi inverni, fatti di incontri, di scontri, di avvicinamenti e allontanamenti.
Due annotazioni: il film, come ho detto, è un buon esordio, un film delicato. Concludo facendo due annotazioni al film, due cose che mi sono venute in mente e che lascio così in forma interrogativa.
1) Nel film ogni quadro ha (all’inizio) in sovraimpressione l’anno e il mese in cui avviene l’incontro tra i due protagonisti (gennaio 1999, febbraio 2000, gennaio 2001 ecc..) ma dal momento che non vi sono riferimenti alla realtà storica o politica italiano, non era meglio numerare le scene semplicemente con i numeri oppure con “inverno 1” “inverno 2”? In fondo, per il contesto e per le scelte stilistiche, si tratta di una storia d’amore “atemporale”.
2) Mieli in un’intervista dice : “Il soggetto del film è nato in pochissimo tempo ed è arrivato in finale al premio Solinas. Non vinse, anche perché era inserito nella categoria commedia e in effetti non la ritengo neanche io una commedia”. Non so dire se si possa definire una commedia però il film si conclude con un happy end, un finale felice che risolve la tensione, che, in un certo senso, libera lo spettatore dall’angoscia accumulata durante lo spettacolo per questo amore che non vuole “materializzarsi”. E, infatti, negli ultimissimi minuti si materializza in fretta, forse troppo in fretta. Non sarebbe stato meglio suggerire soltanto, lasciando poi al pubblico immaginare (a seconda dell’ottimismo o del pessimismo di quest’ultimo) il finale del film? Così Mieli non avrebbe avuto problemi a definire il suo soggetto come progetto per un film drammatico.

Delio Colangelo








