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Cinema Trevi: (In)visibile italiano: Amori fragili e solitari

Tre film scelti per assonanza in quel vortice cinematografico che sono stati gli anni Settanta, dai quali si possono pescare film sospesi fra visibilità (all’epoca) e invisibilità (attuale). Film[...]

Tre film scelti per assonanza in quel vortice cinematografico che sono stati gli anni Settanta, dai quali si possono pescare film sospesi fra visibilità (all’epoca) e invisibilità (attuale). Film mai più visti, che rimangono dei titoli nei dizionari, e invece hanno ancora una loro vitalità, pronta a riesplodere sullo schermo. Con la prepotenza dell’amore, declinato in modi diversi, rigorosamente lontano da Roma, in località meno battute dal cinema italiano, la Sicilia di Dacia Maraini e Leros Pittoni e la Parma di Mino Giarda. Amori, quindi, di confine, marginali e purtroppo solitari, per il destino che accomuna le carriere dei tre registi, qui alla loro prima e unica prova. Ma significativi per la presenza dietro la macchina da presa di celebri scrittori come Maraini e Pittoni e di uno sceneggiatore come Giarda, per molti film collaboratore di Carlo Lizzani. E la presenza di un altro grande scrittore, Giuseppe Berto, sceneggiatore di Per amore. La parola amore, che ricorre nei tre titoli, nasconde quindi imprevedibili affinità, che rinviano a un’epoca in cui il cinema italiano era scritto da mani ispirate.

ore 17.00
L’amore coniugale (1970)
Regia: Dacia Maraini; soggetto: dal romanzo omonimo di Alberto Moravia; sceneggiatura: D. Maraini; fotografia: Giulio Albonico; musica: Benedetto Ghiglia; montaggio: Cleofe Conversi; interpreti: Tomas Milian, Macha Meril, Lidia Biondi, Luigi Maria Burruano, Lorenzo Cannatella, Enzo Fontana; origine: Italia; produzione: I Film dell’Orso; durata: 96′
«La versatile Dacia Maraini (narratrice, poetessa, commediografa, giornalista, sceneggiatrice, capocomica e chissà cos’altro ancora) non poteva mancare l’occasione di un esordio nella regia cinematografica oggi che girare un film è diventato facile come camminare. Ma la sorpresa principale di L’amore coniugale, che fonde un romanzo breve di Moravia del ‘59 ai ricordi di un’infanzia vissuta dalla neoregista in una villa di Bagheria, è il suo carattere professionistico, senza civetterie sperimentali o compiacimenti underground. Sempre rapida nell’assimilare nuove tecniche, impegnata sul doppio fronte della letteratura e della memoria, Dacia immerge il tema (un romanziere che scrivendo un libro sulla sua vita coniugale ne constata il fallimento) in un panorama siciliano aspro e vivace. E nonostante certe pesantezze e taluni languori, il film c’è e si vede senza rimpianti. Merito anche degli interpreti: pur non riuscendo convincente davanti alla macchina per scrivere (ma quale attore ci è mai riuscito?) Tomas Milian conferma la buona vena che gli è stata riconosciuta in I cannibalidella Cavani; quanto a Macha Meril, felicemente italianizzata, dà la replica al compagno con moraviana ambiguità» (Kezich).
Vietato ai minori di anni 14

ore 19.00
Per amore (1976)
Regia: Mino Giarda; soggetto: M. Giarda; sceneggiatura: Giuseppe Berto, M. Giarda; fotografia: Franco Di Giacomo; scenografia: Franco Fumagalli; costumi: Mariella D’Ambrosio; montaggio: Franco Fraticelli; interpreti: Michael Craig, Janet Agren, Capucine, Tino Carraro, Lilla Brignone, Ferruccio De Ceresa; origine: Italia; produzione: Camargue Cinematografica; durata: 99′
Un pianista celebrato in tutto il mondo ignora che la moglie sia gravemente malata. Tornato nella natìa Parma, dal padre e la sorella, per passare un breve periodo di vacanza prima di un concerto, conosce la giovane figlia di un suo amico di infanzia e intreccia una relazione, che lo dividerà per sempre dalla moglie. Mino Giarda, aiuto regista e sceneggiatore di lungo corso, pur avvalendosi della collaborazione di Giuseppe Berto, artefice del successo di Anonimo veneziano, evita ogni patetismo e risparmia gli spettatori le lacrime, puntando invece sulla costruzione di un personaggio rinchiuso nella gabbia dorata della musica e del successo. Straordinarie riprese nel Teatro Regio di Parma e alla Fenice di Venezia per un film itinerante (inizia a New York e si snoda fra Milano, Parma e la Francia) «pulito ed elegante, musicale e mondano, romantico e sentimentale». Imprescindibile per gli amanti di Chopin.

ore 21.00
Un amore così fragile così violento (1973)
Regia: Leros Pittoni; soggetto: dal romanzo omonimo di L. Pittoni; sceneggiatura: L. Pittoni, Carlo Santolini; fotografia: Roberto Gerardi; costumi: Osanna Guardini; musica: Daniele Patucchi; montaggio: Maurizio Lozzi; interpreti: Fabio Testi, Paola Pitagora, Maria Baxa, Daniele Dublino, Gino Santercole, Franco Ressel; origine: Italia; produzione: Roas Produzioni; durata: 97′
«Visto che il romanzo è in crisi e il cinema gode di buona salute, gli scrittori sempre più volentieri si danno alla regia. E appunto il caso di Leros Pittoni, autore di Tante sbarre, da cui Damiano Damiani trasse L’istruttoria è chiusa: dimentichi; stavolta è lo scrittore stesso a portate sullo schermo il proprio romanzo Un amore cosi fragile, cosi violento (ripubblicato nel 2008 dal Centro Studi Eoliano), candidato al Premio Strega. Siamo sull’isola di Lipari, dove ha trovato rifugio un architetto deciso a respingere, per fede anarchica, i coinvolgimenti consumistici della sua professione. Ma vivere da pittore senza padroni non è facile neppure alle Eolie: il protagonista suscita antipatie e risentimenti, finisce in mezzo a una faida rusticana che non lo riguarda, viene perfino arrestato come sospetto di omicidio; e quando per fame accetta di fare il Cristo nella processione del paese, rischia di venir crocifisso davvero. Quest’ultima prova lo rende comunque accetto alla scontrosa comunità, che prende a rispettarlo: il capoccia non gli nega più un posto nella cava di pomice, schiudendogli quella vita semplice e operosa alla quale l’eroe aspirava. Va detto subito che come autore cinematografico Leros Pittoni deve ancora fare le sue carovane: nell’ambito di un realismo naturalistico che riecheggia perfino Curzio Malaparte (Cristo proibito), il neo-regista si rivela prigioniero di una dimensione paesaggistica e melodrammatica» (Kezich).
Vietato ai minori di anni 18