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Il 20 e il 21 aprile, al cinema Trevi, la rassegna: Sordi politico

«In Italia, il vero cinema politico lo ha fatto Alberto Sordi!». Questa determinata dichiarazione, rilasciata due anni fa dal regista Pasquale Squitieri nel corso di un’intervista televisiva,[...]

«In Italia, il vero cinema politico lo ha fatto Alberto Sordi!». Questa determinata dichiarazione, rilasciata due anni fa dal regista Pasquale Squitieri nel corso di un’intervista televisiva, fornisce un notevolissimo spunto critico con il quale rileggere, attraverso sei film-chiave (tra i quali Tutti dentro e Assolto per aver commesso il fatto invisibili nelle sale cinematografiche dall’epoca della loro uscita, raramente proposti in televisione e attualmente irreperibili in home video), l’imponente filmografia di colui che in mezzo secolo di carriera ha specularmente incarnato l’eterna maschera degli italiani. L’ostentata miopia della critica nazionale ha impedito un’idonea valutazione professionale della magistrale arte interpretativa dell’Attore/Autore, etichettandola spesso in facili demagogici luoghi comuni. Nella vulgata comune Sordi avrebbe rappresentato sullo schermo solamente l’arrivismo e la faciloneria attraverso i quali il pubblico ha potuto identificarsi con troppa accattivante semplicità. In realtà fin dagli anni Cinquanta, grazie anche all’apporto di inarrivabili sceneggiatori e grandi registi, Sordi ha gradualmente costruito i vari capitoli della cinematografica “Storia di un italiano” compiendo delle scelte esclusive in merito ai singoli ruoli da interpretare, tanto perfetti per la definizione della loro sfaccettata personalità quanto scomodi per il coraggio della lucida e spesso profetica denuncia del malcostume intrisa di satira: un po’ come accadrà a Gian Maria Volontè a distanza di un decennio abbondante, seppure in film dall’impegno politico più dichiarato, ma non privi di risvolti volutamente grotteschi. Diretto da Luigi Zampa (L’arte di arrangiarsi, Il vigile, Contestazione generale), Giorgio Bianchi (Il moralista), Mario Monicelli (La grande guerra, Un borghese piccolo piccolo), Francesco Rosi (I magliari), Luigi Comencini (Tutti a casa, Il commissario, Lo scopone scientifico, L’ingorgo), Dino Risi (Una vita difficile), Alberto Lattuada (Mafioso), Vittorio De Sica (Il boom), Elio Petri (Il maestro di Vigevano), Luciano Salce (Il Prof. Dott. Guido Tersilli, primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue), Nanni Loy (Detenuto in attesa di giudizio), Steno (Anastasia mio fratello), Ettore Scola (La più bella serata della mia vita, Romanzo di un giovane povero), o da se stesso come nella maggior parte dei film presenti in questo ciclo, pur non avendo mai utilizzato la sua professione per intenti propagandistici o pubblicitari, Sordi ha moderatamente esaltato il potere sociologico della commedia all’italiana fino a condurla alle sue svolte più cupe e irreversibili, popolandola di memorabili individui talmente schiacciati dall’involuzione del proprio percorso esistenziale da rimanerne definitivamente sconfitti.
Non a caso i progetti irrealizzati dei quali avrebbe dovuto essere protagonista tra il 1991 e il 1994 riguardavano le figure di un avvocato in pensione che tornando a esercitare la professione per difendere un giovane accusato di omicidio incorre nel nuovo codice penale (Cravatta a farfalla scritto da Furio Scarpelli per la regia di Luigi Filippo D’Amico) e di un iscritto nelle liste Gladio alle prese con il bilancio del suo inglorioso passato (Omissis o Tragedia all’italiana scritto da Furio Scarpelli ed Ettore Scola prevedendo prima la regia di Sordi, poi di Giuliano Montaldo).
Con il suo impareggiabile stile diretto, sarcastico e beffardo, in un cinema in cui oggettivamente c’è sempre stato ben poco da ridere, Alberto Sordi ha rappresentato e rimarrà sempre il più grande “antieroe” dei nostri tempi.
Programma, testo introduttivo e schede a cura di Graziano Marraffa

martedì 20
ore 17.00
Detenuto in attesa di giudizio (1971)
Regia: Nanni Loy; soggetto: Rodolfo Sonego; soggetto e sceneggiatura: Sergio Amidei, Emilio Sanna; fotografia: Sergio D’Offizi; scenografia: Gianni Polidori; costumi: Marisa Crimi, Bruna Parmesan; musica: Carlo Rustichelli; montaggio: Franco Fraticelli; interpreti: Alberto Sordi, Elga Andersen, Lino Banfi, Mario Pisu, Antonio Casagrande, Michele Gammino; origine: Italia; produzione: Documento Film; durata: 102′
Giuseppe Di Noi, geometra emigrato in Svezia e divenuto titolare di una piccola impresa edile, decide dopo sette anni di tornare in Italia per le vacanze estive insieme alla moglie Ingrid e ai due figlioletti; ma all’esibizione del passaporto alla frontiera, viene ammanettato dagli agenti e trasferito, senza particolari spiegazioni sull’accusa, nel carcere di San Vittore. La sua odissea proseguirà nei penitenziari di Regina Coeli e Sagunto, fino a condurlo, in seguito a vari traumi, in un manicomio criminale. «Il kafkiano itinerario dell’innocuo geometra, trasformato in criminale per una distrazione della burocrazia peninsulare, offre a Nanni Loy e allo sceneggiatore Amidei, cronache giornalistiche alla mano, l’opportunità per spezzare una lancia in favore della riforma del nostro sistema carcerario e giudiziario. Si può chiamare commedia un film simile, anche se interpretato da un Sordi che non trascura le occasioni per far ridere? O non siamo piuttosto davanti a una satira civile, apprezzabile sia per l’intento che l’equilibrio fra realismo e invenzione comica? Se è vero che la cosiddetta commedia italiana resta un genere minore, qui essa assume tuttavia una precisa dignità sociale, di cui si deve tener conto» (Frosali).

ore 19.00
Finché c’è guerra c’è speranza (1974)
Regia: Alberto Sordi; soggetto: A. Sordi; sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, A. Sordi; fotografia: Sergio D’Offizi; scenografia: Arrigo Breschi, Angelo Cesari; costumi: Bruna Parmesan; musica: Piero Piccioni; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: A. Sordi, Silvia Monti, Alessandro Cutolo, Matilde Costa Giuffrida, Edy [Eduardo] Fajeta, Mauro Firmani; origine: Italia; produzione: Rizzoli Film; durata: 124′
Pietro Chiocca, ex rappresentante di pompe idrauliche, gira per i paesi del Terzo Mondo alla ricerca di clienti per commercializzare armi sofisticate di ogni tipo. Le pressanti esigenze di un’insaziabile famiglia cresciuta nel lusso lo portano ad avventurarsi in affari tanto sempre più grossi quanto più sporchi. «Ho avuto l’idea di girare questo film guardando un programma televisivo di alcuni anni fa. Era un’inchiesta sui venditori di armi. Mi colpì moltissimo l’intervista con Samuel Cummings, il più famoso mercante d’armi autorizzato. L’ho conosciuto, sono stato a trovarlo nella sua villa a Parigi e sulla Costa Azzurra. Credo che sia uno degli uomini più ricchi del mondo: ed è un autentico professionista. Sono rimasto a guardarlo, ad ascoltarlo annichilito e alla fine ho deciso che, a tutti i costi, avrei portato sullo schermo il personaggio del venditore d’armi. […] La storia del mio venditore di armi non piaceva ai governi, ma io, che coltivavo da quattro anni questo progetto, ho tenuto duro e il Senegal alla fine mi ha accolto a braccia aperte» (Sordi). «Sordi ci tiene a far vedere che per lui gli anni non sono passati invano: e dallo schermo, in sottofinale, stronca la risata in gola al pubblico con una denuncia di timbro addirittura brechtiano» (Kezich). «Film leggibile tuttora con molte chiavi, non ultima quella dell’intelligenza della politica estera nazionale e del sostegno economico e militare nei confronti di alcuni paesi africani» (Brunetta).

ore 21.15
Il comune senso del pudore (1976)
Regia: Alberto Sordi; soggetto e sceneggiatura: Rodolfo Sonego, A. Sordi; fotografia: Luigi Kuveiller, Giuseppe Ruzzolini; scenografia: Francesco Bronzi, Piero Poletto, Luciano Puccini; costumi: Bruna Parmesan; musica: Piero Piccioni; montaggio: Tatiana Casini Morigi; interpreti: A. Sordi, Cochi Ponzoni, Claudia Cardinale, Florinda Bolkan, Philippe Noiret, Giuseppe Colizzi; origine: Italia; produzione: Rizzoli Film; durata: 123′
Giacinto Colonna, operaio romano che lavora in fonderia, in occasione del festeggiamento delle nozze d’argento con la moglie Ermina, decide di trascorrere la serata al cinema. Dopo troppi anni in cui entrambi non hanno più frequentato le sale di pubblico spettacolo, i bonari coniugi si troveranno davanti all’esclusiva proposta di film vietati ai minori, spaventosi o pornografici che siano. Ottavio Caramessa, intellettuale di sinistra proveniente dalla provincia lombarda con ambizioni letterarie, viene coinvolto da un’editrice rampante nell’ideazione di testi per una rivista pornografica. Nominato direttore responsabile della pubblicazione, pur mantenendo la sua volontà di proseguire un’utopistica battaglia per la libertà di stampa, ne subirà le amare conseguenze del caso. Armida, moglie vicentina dell’integerrimo pretore Tiziano Ballarin, viene attratta dalla severa campagna moralizzatrice compiuta dal marito mediante gli ordini di sequestro di film e riviste pornografiche. Scoprirà l’ipocrisia malcelata da esibito perbenismo del coniuge e degli altri compaesani, ferventi consumatori degli stessi prodotti che sostengono di disprezzare. Giuseppe Di Costanzo, produttore napoletano di un film su Lady Chatterley nel quale ha investito molti soldi altrui, rischia la catastrofe in quanto la diva tedesca Ingrid Streesberg si rifiuta d’interpretare un’esplicita sequenza erotica. «Un discorso di satira troppo facile ma che corrisponde probabilmente ad una profonda verità psicologica: chi condanna e censura ritiene di essere superiore al senso comune, si convince di poter controllare i propri istinti e dunque si concede la visione di certi spettacoli, al solo fine di censurarli e di impedire ad altri l’identica visione» (Marco Vallora).

mercoledì 21
ore 17.00
Un borghese piccolo piccolo (1977)
Regia: Mario Monicelli; soggetto: Vincenzo Cerami, dal suo romanzo omonimo; sceneggiatura: Sergio Amidei, M. Monicelli; fotografia: Mario Vulpiani; scenografia: Lorenzo Baraldi; costumi: Gitt Magrini; musica: Giancarlo Chiaramello; montaggio: Ruggero Mastroianni; interpreti: Alberto Sordi, Shelley Winters, Vincenzo Crocitti, Romolo Valli, Renzo Carboni, Renato Romano; origine : Italia; produzione: Auro Cinematografica; durata: 121′
Giovanni Vivaldi, impiegato ministeriale prossimo alla pensione, insegue il sogno di far assumere nel suo stesso Ministero il figlio Mario, neodiplomato ragioniere, mediante la partecipazione a un concorso che prevede 600 vincitori su 30.000 concorrenti. Ritenendosi disposto a tutto pur di essere agevolato nell’intento, dietro consiglio del suo amichevole superiore dottor Spaziani, arriva a iscriversi alla Massoneria nonostante il parere contrario della scettica moglie Amalia. Superata la prova scritta, Mario viene casualmente ucciso da un rapinatore di banca la mattina stessa degli esami orali. In seguito allo shock la moglie resta totalmente paralizzata e Giovanni fa esplodere il suo disperato istinto di vendetta giungendo a sequestrare e torturare l’assassino del figlio che ha riconosciuto tra gli indiziati in seguito a vari confronti con la polizia. «Il borghese piccolo piccolo direbbe: ma io che c’entro con la violenza? Invece, c’è dentro fino al collo. Una violenza che annulla gli altri e lui stesso quando il sipario della sua mediocre rappresentazione (l’unica che sappia fare) è strappato dal colpo di pistola» (Sordi). «Da non dimenticare, fra gli strumenti che hanno concorso a creare lo stile del film, la fotografia affascinante di Mario Vulpiani, ispirata, oltre ai colori di Sughi, a quelli di Munch, con dominanti nero-grigi qua solo verdi plumbei, là tutte sfumature livide e bluastre, non di rado monocrome. A dare un senso diffuso di soffocamento, di oppressione, di nulla» (Rondi).
Vietato ai minori di anni 14

ore 19.10
Tutti dentro (1984)
Regia: Alberto Sordi; soggetto e sceneggiatura: Rodolfo Sonego, A. Sordi, Augusto Caminito; sceneggiatura: A. Sordi, R. Sonego; fotografia: Sergio D’Offizi; scenografia: Massimo Razzi; costumi: Bruna Parmesan: musica: Piero Piccioni; montaggio: Tatiana Casini Morigi; interpreti: A. Sordi, Giorgia Moll, Dalila Di Lazzaro, Joe Pesci, Franco Scandurra, Armando Francioli; origine: Italia; produzione: Scena Film; durata: 115′
Annibale Salvemini, irreprensibile magistrato presso il Palazzo di Giustizia a Roma, riceve l’incarico di occuparsi di una riservatissima inchiesta in fase d’istruttoria riguardante illecite tangenti relative a un traffico di forniture di petrolio all’Italia, nella quale risulterebbero coinvolti insieme ad un ministro, noti esponenti del mondo finanziario e affaristico. Giunto alla pensione il Consigliere suo superiore e avendo ormai acquisito nel proprio “dossier” tutti i più ampi elementi per spiccare oltre un centinaio di mandati di cattura, Salvemini ordina l’arresto d’innumerevoli persone, tra i quali un giornalista televisivo, una cantante di night club, pseudo-finanzieri, intrallazzatori di vario calibro e un faccendiere suo ex compagno di scuola. Nonostante la sua comprovata incorruttibilità, il giudice si troverà egli stesso vittima dell’indagine. «Avevo in mente questo personaggio - non ho mai interpretato un magistrato - dai tempi di Detenuto in attesa di giudizio. Poteva sembrare una storia paradossale: invece la realtà, e lo conferma Sonego, come al solito si è dimostrata più imprevedibile della fantasia. […] La figura del magistrato mi interessava perché uno che ha la possibilità di togliere la libertà agli altri, dispone del loro destino» (Sordi). «Il ritratto del giudice è tanto severo da dar quasi fastidio con la sua lealtà verso le leggi e la sua slealtà verso gli amici, ma il risvolto finale dimostra quanto gli altri siano più scaltri e più sleali e che la probità del singolo può servire come spunto di una commedia sulla corruzione mascherata dal sorriso in una società tanto confusa» (Fegatelli).

ore 21.15
Assolto per aver commesso il fatto (1991)
Regia: Alberto Sordi; soggetto e sceneggiatura: Rodolfo Sonego, A. Sordi; fotografia: Armando Nannuzzi; scenografia: Marco Dentici; costumi: Paola Marchesin; musica: Piero Piccioni; montaggio: Tatiana Casini Morigi; interpreti: A. Sordi, Angela Finocchiaro, Enzo Monteduro, Marco Predolin, Roberto Sbaratto, Francesca Reggiani; origine: Italia; produzione: Mito Film, Rai-Radiotelevisione Italiana (RaiUno); durata: 120′
Emilio Garrone, spacciandosi per un ispettore della SIAE (della quale è in realtà un ex funzionario in pensione da molti anni), in merito al riscontro di alcune irregolarità amministrative riesce a indurre i titolari di varie emittenti radiotelevisive private a cedergliene la proprietà senza compenso. Divenuto in breve tempo un temibile concorrente dell’impero televisivo appartenente al cavalier Serra, il faccendiere riesce tramite un imbroglio a superarlo sul tempo nell’acquisto di un prestigioso network americano. «L’Italia … Sì, sì, è diventata un paese volgare, criminale, cattivo. […] Alla criminalità organizzata, io non voglio neanche pensare… Ho pensato, per questo film, […] ai nostri nuovi miliardari, quelli che si sono accorti per tempo che la televisione poteva essere un grandissimo affare: in fondo racconto un altro capitolo dell’italiana “arte di arrangiarsi” (Sordi).