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Me sem rom: un documentario che racconta l'ultimo anno di vita del Casilino 900

Il Casilino 900, uno dei campi rom “tollerati” più grandi d’europa, è stato sgomberato dall’amministrazione comunale di Roma qualche mese fa. Il trasferimento dei rom nei[...]

Il Casilino 900, uno dei campi rom “tollerati” più grandi d’europa, è stato sgomberato dall’amministrazione comunale di Roma qualche mese fa. Il trasferimento dei rom nei villaggi di solidarietà previsto dal piano nomadi è stato il fiore all’occhiello della giunta Alemanno. Lo sgombero, che ha risolto soprattutto il problema delle tragiche condizioni igieniche in cui vivevano i rom, non ha però portato a una vera idea di integrazione dei rom con la popolazione italiana ma solo a uno “spostamento” del problema. I rom continuano a vivere in campi e non in case, lontani dal centro urbano ed emarginati, guardati a vista da videocamere di sorveglianza e vigilanza privata.

Ora, il documentario “Me sem rom” di Ermelinda Coccia, Davide Falcioni, Andrea Cottini racconta la vita che si faceva al Casilino 900, prova a dare uno sguardo un po più obiettivo sulla situazione dei rom troppo spesso svilita e ridotta allo stereotipo dalla stampa e tv nazionale. E prova a farlo dall’interno, avvicinandosi agli usi e alle tradizioni di questo popolo.

Il documenatario sarà proiettato al Teatro Serpente Aureo - Piazza del Popolo - Offida (Ascoli Piceno) il 22 agosto alle 21 e 30. Si spera, ovviamente, che possa avere una maggiore diffusione in tutta la penisola.

maggiori info sul blog: http://www.mesemrom.blogspot.com/

Scriveva Ermelinda Coccia durante la fase di lavorazione:

“Una bicicletta impiega un solo istante per passare da un mondo ad un altro. Dall’asfalto, i raggi delle ruote cominciano a girare su un terriccio umido e calpestato da piedi bambini. Il traffico di via Casilina si trasforma in una baraccopoli vera e propria. I due mondi fanno parte della stessa Roma ma non si conoscono». Si apre così il documentario dal titolo “Me Sem Rom” che in lingua romanì significa “Io sono Rom”.

Tutto ha inizio nell’appartamento in cui viviamo. Durante le consuete discussioni che possono nascere fra coinquilini, spunta fuori una grande problematica della società attuale: le condizioni dei campi rom a Roma. Coscienti del fatto che uno dei più grandi e disagiati campi d’Europa, il Casilino 900, dista appena cinque minuti a piedi da casa nostra, decidiamo di scoprire la realtà Rom, per conoscerla e tentare di comprenderla.

L’impatto è decisamente forte. Non appena varchiamo la soglia, che trasforma il caos della città in quello tipico delle favelas sudamericane, sembra di approdare in un mondo lontanissimo senza alcun passaggio temporale. E non servono valigie o un biglietto aereo.

La prima persona con la quale tentiamo un dialogo è Najo Adzovic, portavoce del Casilino 900, al quale spieghiamo la nostra intenzione di conoscere usi e costumi della cultura romanì e in un secondo momento di documentare attraverso un film e un reportage fotografico la condizione di vita nel campo: l’arte di arrangiarsi ma anche le tradizioni che rimangono ben salde malgrado la società italiana tenda ad emarginarle.

L’accoglienza e l’ospitalità delle prime famiglie che incontriamo ci portano a riflettere sul mito del Rom cattivo, del Rom ladro e assassino, a sfatare la paura inculcataci dai mass media.

Ora si tratta di vedere le cose come stanno con i nostri occhi. E’ tutto vero? Il Rom è solo capace di vivere nell’illegalità o la maggior parte di loro cerca di sopravvivere, nonostante le indecenti condizioni di vita? Dietro i crimini che alcuni commettono che cosa c’è? Perché dal campo si elevano dei fumi tossici? Come mai tanti di loro possono permettersi un’automobile costosa e continuano a dormire all’interno di baracche fatiscenti piuttosto che comprare una casa? C’è una motivazione?

Scendiamo in profondità. Diamo voce agli anziani, ai giovani del Casilino 900, ai bambini che frequentano le scuole e sognano un futuro uguale a quello dei coetanei italiani. Immortaliamo la rabbia dei padri di famiglia, per poi mettere il tutto in contrapposizione con l’indignazione dei romani e con le promesse dei politici. Intervistiamo il sindaco e il prefetto di Roma, il responsabile della Croce Rossa Italiana, un’antropologa che si occupa del caso. Documentiamo i dibattiti fra Rom e Gagè (non Rom), in sedi di grande importanza sociale come l’Unicef, sempre con l’aiuto interno di Najo Adzovic e dell’Associazione Nova Vita, che appoggiano e sposano a pieno il progetto.

Nel film oltre ad emergere quanto detto sopra, è visibile lo stato nel quale i 650 Rom del campo, tra i quali 220 bambini, vivono ogni giorno. Condizioni igienico-sanitarie impensabili per un italiano medio, a partire dalle baracche nelle quali vivono, ghettizzati dal resto della società.

Attualmente stiamo documentando l’azione di sgombero che sta avvenendo in questi giorni.

«Il mio vicino è uscito a fare la spesa e quando è tornato non ha trovato più la sua baracca!” Mi ha detto qualche giorno fa, una Rom del Casilino 900 “Ha trascorso la notte dentro quella tenda, senza una coperta, senza più niente!»

Seguo il suo indice. Ad un passo da ma c’è una tenda verde sul viale fangoso che nasconde un uomo anziano. Cerca di riposare infreddolito dalle basse temperature di gennaio.

Sono le 8.30 del mattino. Sul piazzale principale del campo c’è un viavai di Polizia, agenti della municipale e volontari della Croce Rossa Italiana. Qui tutto sembra rispecchiare ciò che in questi giorni abbiamo visto in tv o letto sui giornali. Uno sgombero pacifico e consenziente.

Al contrario, se ci si addentra nel campo, la situazione degenera.

I bambini saltano da una maceria all’altra. Gli uomini fanno a pezzi ciò che resta delle baracche per recuperarne materiali da rivendere. Le donne raccolgono i loro vestiti in alcuni sacchi. «Non sono pronta – mi racconta una signora che dal 2000 vive al Casilino 900 – mi hanno avvertita due giorni fa, ho quattro figli, come faccio da sola a sistemare tutto nelle valigie in così poco tempo?».

Una decina di volontari della Croce Rossa, nel parcheggio dietro ad un gruppo di ambulanze, sta aiutando una famiglia rom a svuotare un pulmino carico dei loro beni e li trasferisce in un pullman che li porterà poi nei campi attrezzati. Altri volontari, però, stanno fermi nel piazzale principale. Uno di loro mi dice: «Mi chiedo cosa siamo venuti a fare!»

La signora che raccoglie i suoi averi mi fa entrare in casa: «Guarda, ho dei mobili, questi non li posso portare in un container di pochi metri, devo lasciarli qui e farli distruggere dalle ruspe. In un container in sei come ci stiamo? Ci hanno promesso una sistemazione migliore…».

Proseguendo incontro uno dei portavoce del campo. È consenziente allo spostamento ma infelice delle procedure poco chiare con le quali le autorità si stanno muovendo. «Ci vado felice in un campo attrezzato. Pago volentieri l’affitto del container che mi assegneranno. Il problema è che devono permettermi di lavorare. Io farei qualsiasi tipo di lavoro per pagare l’affitto a fine mese. Come ogni comune mortale. Ma a me, a un Rom, il lavoro non lo dà nessuno. È il Comune che deve impegnarsi a trovarcelo a questo punto, altrimenti come mantengo il container che mi assegnano?».

Il rappresentante mi dice anche che nei campi attrezzati è possibile vedere ogni giorno pullman comunali carichi di donne che poi però vengono scaricate in centro: «Che cosa vuoi che facciano? Chiedono l’elemosina, è la sola cosa che è permessa loro. Che fai le porti a lavorare? Dove? In mezzo alla strada? Mia moglie non ha mai chiesto un centesimo a un passante, ora che facciamo, ce ne andiamo in un campo attrezzato e dignitoso per poi andare ad elemosinare per strada?».

Se davvero si sta parlando dell’eliminazione dei campi abusivi, per inserire i Rom in un contesto più umano, perché sta accadendo tutto questo?

La parola “integrazione” acclamata dall’Amministrazione rispetto agli sgomberi che si stanno attuando, che significato ha?”