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Dolls: capolavoro

Analisi, a mente fredda, di un vero capolavoro

Ho lasciato passare un po’ di tempo dal mio primo entusiastico giudizio (10 tondo) dato alla Biennale questa estate, perchè volevo rivedere a mente fredda questo nuovo Kitano. Bene, ora sono pronto a dirvi la mia su Dolls , e sono senza parole.
Anzi, una parola ci sarebbe, e, senza esagerare, è questa: estasiato. Il film è stupendo, di una cattiveria inaudita pur senza sparatorie (quasi) e regolamenti di conti (quasi), con tutto quello che Kitano ci ha dato in questi anni, summa e sintesi della sua filosofia di vita, dalla coppia triste allo yakuza silenzioso, al mare sempre inquadrato come ultima meta felice possibile.
Dal punto di vista squisitamente visivo, poi, la parte del leone la fanno gli splendidi costumi, con il rosso scarlatto del kimono a dominare tra glicini in fiore e bambole del teatro del kabuki, e le maestose scenografie naturali (il Fuji, i monti innevati, le spiagge immense e solitarie) e non (la ricostruzione del teatrino delle marionette con uomini veri è favolosa).

E poi c’è la trama, signori. E che trama. Tre storie magiche e tristi che misteriosamente, così come misteriosa e tragica è la vita, si incrociano, si sovrappongono, si sfiorano continuamente in incontri muti e solitari, in un Giappone incredibilmente deserto. Già, perchè c’è anche questo che resta da capire: in giro, nei pellegrinaggi continui delle maschere del kabuki, non si incrociano altri che i personaggi delle storie parallele. Nessun’altro (o quasi nessuno), una sola scena di massa, pocche se non nulle le voci. Io la mia soluzione ce l’ho, qualcuno vuole provare a propormi la sua?

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