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Ascolta la Ciociaria

Poesia

La gente frettolosa non può capire
se non ha bevuto il tuo elisire:
o Ciociaria colore di prugna,
sospiro di menta, sapore d’uva,
che nelle valli ti vanti dei castani
e parli col nitrito dei polledri:
gli ori delle chiese, il grano nelle case
sono i cimeli delle tue guerre.

 

Ciociaria, o mia bianca giovenea,
ovunque mi segui col tuo respiro,
sempre cercata e sempre assente
come l’aurora e come la stella
nei territori di nostalgia:
anche il piacere, anche il dolore
sono i tuoi detti come l’amore
che fa il destino di chi ti perde.

 

La tua storia non rammenta che pastori
guerrieri, idoli stanchi di rinascere
sulle macerie dei predoni e il pianto
svena ancora la tua gente calorosa
che messa all’incanto dalla fame
in porti stranieri vende le braccia
d’un padre, i pensieri del figlio che cresce
e l’amara stirpe continua a partire.

 

Allegre contrade che in groppa ai bufali
m’inseguite nei campi di Sonnino,
e sempre l’ultima volta se v’incontro
e ricomincia la curva del passato.
Mi sfiori il passero acerbo dell’anno
e venga quel pioppo, un nome gli davo,
mi saluti a una porta la sciarpa di fumo,
il cocente delirio degli organetti.

 

O Ciociaria, mio racconto d’inverno,
non sono i tuoi occhi quelli dell’alba
che vedo in finestra e quando mi sveglio
all’orizzonte la tua luce non trovo.
Un tuo paesaggio è letta di pane
da mangiare nella stanza cittadina
e chi m’attende è una donna di pelle fina,
l’amata che si chiama Ciociaria.

 

Chitarra, che vuoi, chitarra mia,
da quella collina che ci fa bandiera?
Potrei essere un albero tuo di fico
che sempre ronza nel tuo odore
di capra, la fiamma che s’avventa
disperata alle serve del tuo agosto,
la colomba che corre incontro al falco,
come l’insegna della tua follia.

 

Tu, ciociaro, che fai rissa la domenica
nei cortili fumanti di passione,
per uno sguardo che s’apre a coltello
ti giochi a morra un bicchiere di fiele:
non sei Caino e non diventi Abele,
ma sulla pietra la giustizia scrivi
nella tua lingua di stornello antico
la pace è un tuo segreto delicato.

 

Le tue fisarmoniche festaiole
e il lungo grido che accende la stizza,
il saltarello con calze rosse
pizzica gambe al girotondo,
sciogli la cinta e il fazzolettone
è scaltro il ballo a Frosínone:
occhio per occhio, fai ruota e ventaglio,
e beviti il sonno nel vino del Piglio.

 

O miei Lepini, Ausoni miei,
o Lepini amanti degli Ausoni,
voi mi fate la bella cordigliera:
cavallo bianco e cavalla nera
che sì rincorrono dentro il mio cuore,
non basta il mio canto a farvi criniera,
l’aquila non vi serve per essere monti
e più lontano dell’aquila è il vostro regno.