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Ascolta la Ciociaria

Poesia di L. De Libero

Chi vi disse Lepini scoprì le fonti
tra merletti di roccia e gli alveari
di ginestre che nutrono le cime
e voi a bere venite acqua lepina,
irose mandre degli Ausoni miei.
Ma tu, polline, rifletti prima di perderti
in altre siepi e in zolle straniere,
non dare un frutto se non sei in Ciociaria.

 

Dimmi la strada, dimmi, voluttuosa
collina che dentro il fiume ti riposi.
Dimmi, noce. Arancio, dimmi una parola:
sono venuto a parlare con voi
che sempre in sonno m’interrogate:
orti dove la mia traccia è sempre verde,
velluto rosa del tetto di casa,
ombra vagabonda dei miei paesi.

 

Monte Siserno mio, monte Siserno,
conosco io solo quella tua cisterna
nascosta nelle macchie del tuo tufo:
ci si abbevera il lupo della luna,
il monachicchio dalla borsa d’oro
che ricco vuol fare un passeggero.
Monte Siserno mio, tieni una pena
da quell’ora di giugno che ricordi.

 

Se vai a Fumone cogli il girasole
che segnò il tempo a secoli di fame
è un Mississipì da ragazzi quel Cosa
che vuol morire ai piedi di Ceccano.
Andiamo in coro sino al Morolo
per vedere i sassi di Supino,
Per saltare daIl’uno all’altro ponte,
per avere un giorno ancora ciociaro.

 

Con la canzonetta raminga dei fringuelli
maturiamo, ciliegi, per le vespe
che assediano gli antichi cimiteri
e non c’inviti la,volpe di Prossedi:
ma se un teschio ci aspetta alla croce
d’un bivio famoso beviamo l’aceto
e non dimentichiamo che la morte,
veste da frate alle porte di Cassino.

 

Alla Tomacella, notturna prateria,
d’un bosco ricordo il triste bivacco,
vidi il castello dell’ombra e la paura
d’un gregge sperso per le Quattro Strade,
dove il Sud sconfina cauto nel Nord
e s’offre delicato l’Ovest all’Est
per far l’Oriente più caldo dell’agnello
appena nato negli orti di Priverno.

 

Vanno a Settefrati e sono di Sora,
vengono da Torrice e tornano a Pico,
come le spole fanno tela per nozze.
Ci vuole comare per andare a Canneto,
per far da compare basta una mano
e prendiamoci un toro di Roccasecca
che arriva a Giuliano col suo fiato,
ci dica San Sossio il nostro peccato.

 

Non so se di notte o di giorno,
poteva essere agosto o gennaio,
forse nell’ora che all’infanzia piace,
alla fontana di Patrica ho bevuto.
Ero un ragazzo che andò soldato
per esser nemico a chi non t’ascolta:
della tua corona volevo essere fiore,
c’è sempre un altro più fiore di me.

 

Per me il sole tramonta ogni sera
dietro monte Calciano e sale nuova
la luna sui ponti azzurri del Liri,
ma viene dal Sacco ogni mia stagione.
Non un vento mi carezza la guancia
che non porti il saluto di Cacume,
ma senza il profumo di Montarcano
non c’è un albero che voglia stormire.

 

Vendichiamoci di tanto silenzio
con una sentenza di trombe ciocare,
noi andiamo a chieder luce ai pini
che parlano greco lungo il Circeo.
Può essere Ulisse quel vecchio scalpellino,
quel triste barocciaio è proprio Ulisse:
stavolta Circe si chiama Paolina
che butta garofani ai suoi compari.

 

Ho fretta, Alatti. Scusami, Arnara.
Ho un appuntamento coi caproni
di Sezze più lucenti d’un pianeta:
ma non m’invogli lo scacciapensieri
di Cori e m’aiuti un papavero
a fare la via di Genazzano,
me ne vado a comprare cocomeri
che odorano di donna a Bassiano.

 

Non voglio nominarti, Fondi,
sole non voglio darti d’autunno,
lasciami andare, verrà il tuo turno
d’essere Ianciata come mongolfiera
nel giorno degli Ausoni sui Lepini:
il più storto tra i rami d’arancio,
sono il tuo segreto melangolo
e non avrò miele da ricordarti.

 

Che diranno gli altri cento tuoi paesi?
Me li porto legati nel fazzoletto
che a marzo appendo a un ramo di pesco:
c’è un tordo tuo in ogni mia tasca,
sulle mie labbra il fiato scorre fresco
del tuo latte e nel mio orecchio stride
dolce un carretto delle tue contrade
che vanno nell’ombra dei miei sentieri.

 

Ma ci sono le tue piazze, Ciociaria,
che non fanno proverbio e diceria
e sono molti che vanno a raccontarle
dove la gente dice che t’ignora.
Non importa che a te manchi l’alloro,
c’è sempre un gallo che ai confini t’onora,
c’è una vena che comincia a pullulare
di pensieri nell’onda dei tuoi prati.

 

Fossi stato un seme tuo di grano
quando scegliesti i luoghi del mio giorno,
il fatuo aprile dei tuoi ruscelli,
d’estate la tua nube favolosa.
ma la lepre inseguita, Ciociaria,
dal cacciatore che fiuta le sue peste,
ha trovato una tana tra i canneti
che nascondono inquieti il mio lamento.

 

0 mia voce deserta, Ciociaria,
conservami un sasso delle, tue colline
se non torno e nell’acqua avara
dei tuoi fossi cerca l’immagine mia.
Non io scriverò la tua lode,
la mia così breve dirà il vento
d’inverno nelle grotte dei tuoi monti,
forse una foglia la ripeterà.

Settembre 1951

 

L. De Libero

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