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L'emozione trasmessa

Articolo di Rocco Zani

ITALO TURRI, L’EMOZIONE TRASMESSA
I numerosi commenti critici elaborati sulla figura di Italo Turri tendono, fatalmente, a rimarcare - in maniera più o meno celata - una sorta di combattuto dualismo tra la privatezza della dimensione umana e la preponderanza della sua immagine artistica.
Che Italo Turri sia stato, nella sua tormentata esistenza, una personalità “anomala e contraddittoria”, è fuor di dubbio.

Soprattutto se intendiamo attribuire a tale assersione un giudizio confinato tra le cosiddette “valenzie ordinarie”. D’altra parte, quella forma di “egocentrismo onirico” che ne ha accompagnato – e segnato – la vita, sembra alimentare, ancora oggi, nell’interlecutore abituale, un’attenzione colma di velate passioni. “L’anormalita” – intesa quale rappresentazione antitetica di modelli comportamentali regolamentati da un “sentire” comune appare pertanto, non già luogo dell’estraniamento, bensì forma – indiretta, ma accattivante – di partecipazione.
Ma la conoscenza di un artista – di Turri in particolare – pare inconciliabile con gli esili citazionismi tratti da letture déjà vu, ovvero, appare riduttivo e precario il tentativo di concentrare la ricerca su un piano di “urgenza folcloristica “ anziché di analisi peculiare del fenomeno. Occorre pertanto stabilire un opportuno parametro valutativo affinché la “contaminazione” reciproca delle –quella umana e quella artistica – trovi un ruolo di innegabile ed equilibrata sommatoria che restituisca a noi uno scenario di rigorosa interpretazione .
Ecco allora che il prologo di questa sequenza conoscitiva deve necessariamente collocarsi in quella “capacità di emozioni che l’opera di un artista riesce a trasmettere nonostante tempi e generazioni nuove” (Giuseppe Selvaggi).

Un elemento, “l’emozione trasmessa”, che pare farsi sostanza ineludibile di un indagare più complesso e dilatato. Esso è epicentro di accensioni umorali e al contempo memoria intransigente. Una memoria millenaria o attuale che Turri traduce progressivamente in archetipi della ricordanza rifiutando – o ignorando forse – qualsiasi orpello esplicativo, come se la nutidà dell’opera favorisse – invece – più intime e personali ouvertures.

E’ la memoria del quotidiano, quella del degrado o delle prospettive incaute che tagliano il cielo in distorte finestre di luci e ombre. Quella dei volti ignoti che “mozzano” il sogno e rifondono l’uomo – l’artista – di brandelli di dialogo. Ovvero la memoria remota, colma di provocatorie tonalità, di non sapute dimenticanze, di raffiorati dubbi. E paure.
L’uso “libertario” – in secondo luogo – di materiali inediti, rafforza e sottolinea quel desiderio neutrale della narrazione, restituendo all’immagine dipinda – scavata, graffiata, scoperta – l’oggettività dell’incarnazione. La campitura – sia essa tela o cartone o pietra o legno – è una sorta di “dilatato sostegno dell’idea”. O idea anch’essa.

Ecco perché Turri non è un “caso” di demopsicologia o di alienazione. E’ più semplicemente – e pertanto in maniera più complessa – un pittore:
Scrive Sabina Spada di Annette Messager : “l’utilizzo di diversi materiali, anche di scarto, provoca lo svuotamento del significato delle categorie di arte alta e arte bassa, portando aspetti della vita quotidiana all’interno della dimensione artistica

Di Rocco Zani

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