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A che servono gli interpreti?

Nella società multilinguistica quale ci apprestiamo a diventare visti i continui sforzi da parte di tutti i paesi membri della comunità europea per la diffusione di lingue più o meno note all'interno della comunità stessa, molti si chiedono se ha ancora ragione di esistere e quale ruolo debba avere la figura professionale dell'interprete.

Cinque anni di liceo, quattro e più anni di scuola d’interprete, corsi e studi di specializzazione per giungere a parlare perfettamente dalle 3 alle 4, a volte 5, lingue, e poi, per quanti sforzi sia umanamente possibile fare ritrovarsi ad ogni nuovo ingaggio sempre di fronte ad un’altra lista di nuove parole settoriali da imparare. Queste persone, dal sorriso smagliante, il portamento estremamente professionale e l’invidiabilissima capacità di far uscire dalla propria bocca, quasi macchinalmente, tutto quello che hanno appena ascoltato in un’altra lingua, come possono mai garantire una corretta interpretazione dei processi meccanici e tecnici che ingegneri, medici, professionisti di lingue straniere si trovano spesso a cercare di spiegare ai loro colleghi?
Forse non è sempre possibile raggiungere il massimo della perfezione, e sarebbe presuntuoso e irrealistico credere che una sola persona possa acquisire tutte le più alte competenze specifiche in ogni settore. A questo proposito non mancano frasi del tipo: “l’interpretariato all’interno dei convegni non è remunerativo in termini di tempo e costi, allunga gli interventi e molto spesso la comunicazione non risulta precisa e comprensibile” e ancora “a volte è meglio che gli esperti si mettano a parlare direttamente tra di loro senza terzi”.
Ma allora a cosa servono questi interpreti e i loro lunghi anni di studio se possono poi essere rimpiazzati senza colpo ferire?
Conoscere una lingua non significa soltanto padroneggiare la grammatica e la sintassi e tanto meno imparare a memoria il lessico (Balboni). Quello che rende particolare ogni lingua che ne evidenzia le caratteristiche che fa in modo che nel tempo dalla stessa radice si modifichino in forme e strutture diverse è il “cuore” della stessa. Per cuore intendiamo la cultura, la mentalità, gli usi e i costumi, tutto quello che nel suo insieme ci fanno istintivamente “classificare” una persona con la sua nazionalità (la precisione dei tedeschi, il patriottismo dei francesi, l’orgoglio degli inglesi ecc.). Siamo pronti a tagliare un vestito addosso ad una persona identificandola con dei luoghi comuni ma non ci chiediamo mai da dove nascano questi luoghi comuni e quanto abbiano realmente influenzato il modo di pensare di una persona.
Lo straniero non è tale solo per la lingua, quello che lo rende riconoscibile a colpo d’occhio oltre a volte ai tratti somatici sono gli abiti, i modi d’agire, le formule di cortesia. Quasi sempre tendiamo ad adeguarci ai modelli che ci hanno insegnato da piccoli, a volte ce ne differenziamo, ricostruendo in quel caso nuovi modelli che paradossalmente si riveleranno una trasgressione che tradirà sempre una tendenza intrinseca alla nostra cultura iniziale.
Noi, tutto questo, lo acquisiamo naturalmente nella nostra cultura d’origine, ma non è altrettanto naturale nelle culture straniere.
Non sono rari i casi nei quali un gesto o un avverbio mal interpretato rischiano di mandare all’aria trattative di diversi milioni di Euro. Le aziende che dopo aver speso fior di quattrini per l’aggiornamento linguistico dei loro dipendenti hanno tentato di non sobbarcarsi della spesa di un interprete durante incontri tra partner stranieri hanno spesso finito per rischiare di perdere cifre molto più alte di una tariffa di interpretariato.
Al divario culturale, non ci sono grammatiche o dizionari che tengano. Solo lunghi soggiorni all’estero, l’aggiornamento costante dell’evoluzione linguistica di tutti i registri e una passione per le due culture può permettere una mediazione “imparziale”. In realtà è proprio l’essenza dell’imparzialità quella che si richiede di far rappresentare all’interprete. Egli difficilmente lavora all’interno della ditta che lo richiede, particolarità molto apprezzata dai partner ospitati che di riflesso si sentono maggiormente al sicuro nel corso della trattativa.
E’ altresì vero che i lunghi soggiorni all’estero dei dipendenti possono ridurre in qualche modo il divario culturale, sempre presente, molto più di quanto siamo portati ad immaginare anche tra culture molto affini (vedi Francia e Spagna per esempio).
All’interprete quindi è relegato un compito più importante di quanto in realtà siamo abituati a riconoscere. Egli si fa canale diretto di comunicazione, come un filtro si lascia attraversare da tutte le informazioni e le trasmette “ripulite” da ogni impurità (rischio di incomprensione). Egli è il vero ospite della situazione! Per assurdo, quindi, meglio che non conosca la traduzione tecnica di una parola piuttosto che non sappia individuare i bisogni e le richieste implicite dei clienti. Ottima scelta sarebbe interpellarlo anche qualche giorno prima dell’incontro, non soltanto per informarlo del contenuto “linguistico” della riunione, ma per mostrargli il planing e non per ultimo il menu del pranzo o della cena previsti. Non solo vi potrà consigliare su cosa potrebbe essere di maggior gradimento secondo le abitudini dei partener stranieri (un pasto frugale piuttosto di un ricco pranzo mediterraneo per esempio), ma la sua presenza anche nell’ambiente rilassato intorno ad una tavola ben apparecchiata incide molto favorevolmente nelle trattative finali. D’altronde la storia non vanta molte più alleanze a tavola che sui campi di guerra?