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Il linguaggio della burocrazia: "burocratese"

Dovrebbe essere chiaro e inequivocabile per tutti eppure, una o più lauree spesso non bastano per interpretare il giusto significato

In alcuni casi le sue formule sono anacronistiche e a volte si rivelano
veramente esilaranti, quando non sono per lo più esasperanti, eppure
nessuno di noi ne è esente, per formulare una domanda, per un ricorso, per far
valere i nostri diritti sembra che non possiamo proprio farne a meno. E le cose
si complicano se non siamo noi a costruire delle frasi dall’aspetto
“burocratico” ma dobbiamo interpretarle.

Il
linguaggio che dovrebbe essere “ASSOLUTAMENTE” inequivocabile dà adito ad
un’infinità di interpretazioni. Lo sanno bene i commercialisti alle prese con
gli aggiornamenti delle dichiarazioni fiscali, gli insegnanti con le istruzioni
e le successive interpretazioni ministeriali per i modelli per l’inserimento
nelle tanto ambite graduatorie permanenti (o per non parlare delle href="http://guide.supereva.com/scuola_di_base_elementare_e_media_/interventi/2005/06/214578.shtml">infinite
perdite di tempo burocratiche alle quali sono sottoposti ormai da anni,
togliendo prezioso tempo al puro insegnamento). Per non parlare dei giovani
disoccupati che, dopo anni di studio, si trovano alle prese con i bandi di
concorso dove ogni frase finisce con “pena l’esclusione”. Gli avvocati stessi
sono presi, talvolta, da dubbi amletici e comunque, riescono a dimostrare
spesso, che l’interpretazione della legge non è come dire…sempre
inopinabile.

Come il
burocratese sia nato, se ne perdono le tracce nella notte dei tempi,
probabilmente grazie ai i primi testamenti e ai contratti di proprietà.
Un’eredità dura a morire, come testimoniano non soltanto gli impegni di studiosi
della lingua di diverse nazioni, e l’enorme numero di manuali sulla necessità di
semplificare il cosiddetto “burocratese”, ma anche l’infinità dei risultati che
si producono digitando in un qualsiasi motore di ricerca “linguaggio
burocratico”.

Obsoleto,
di difficile interpretazione resta faticoso da abolire o quantomeno
semplificare. Volendo essere maligni il timore più grande è che una volta
semplificato le persone, ovvero i cittadini, finiscano per capire una volta per
tutte quello che sottoscrivono!

Ma è
altresì vero che se in Francia (indubbiamente più attenti di noi all’uso e alla
preservazione della loro lingua), sono anni che discutono in merito alla
“semplice” riforma ortografica, per raggiungere risultati che stentano ad essere
applicati, figuriamoci quanto tempo possa comportare una riforma diciamo
“stilistica” che in realtà implica un cambiamento più profondo. Forse non
dovrebbero essere solo gli esperti a occuparsene. Come per tutti i prodotti di
una ricerca, infatti, il risultato non darà origine ad un linguaggio naturale, e
per tanto, l’ideatore per quanto esperto possa essere, in realtà non può
conoscere le difficoltà dell’utilizzatore. Di interventi ne sono stati fatti
sicuramente tanti, e ci auguriamo che altri ne saranno presi in considerazione e
presto attuati, ma in ogni caso, così come siamo fermamente convinti che per
fare un buon dizionario è più importante valutare le esigenze del pubblico che
lo userà piuttosto che le velleità del lessicografo, e che per un buon software
o applicativo il miglior informatico non può by-passare la prova del fuoco
dell’utilizzatore medio, per il burocratese la controprova che la reale
semplificazione sarà avvenuta potrà essere quando anche un bambino di scuola
media sarà in grado di completare la sua domanda di iscrizione o la richiesta
dei buoni libro, per non parlare del portfolio, da solo.