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A cosa serve la comunicazione non-verbale all’interno del Master

Quando Gilberto Gamberini mi ha invitato a prendere parte all’incontro introduttivo del Master Il viaggio nell’anima tenuto il 16 luglio 2005 a Cassacco, ammetto di essere stata particolarmente lusingata ed anche preoccupata dall’idea di parlare della comunicazione non verbale davanti ad un pubblico di specialisti.

Lo studio approfondito di una disciplina ed ancor di più di una “settorializzazione” porta troppo spesso ad una chiusura all’interno del proprio microcosmo, ed all’inevitabile interruzione del viaggio da sé all’altro.

Una delle principali ragioni che mi portano ad interessarmi alla comunicazione non verbale da più di dieci anni è la certezza di sapere che quando si comincia a pensare di conoscere qualche meccanismo è il momento esatto in cui tutti i parametri vengono stravolti.

Permettendo così a chiunque si approcci alla materia di essere allo stesso tempo formatore/formante, emittente/ricevente. Qualità che si traducono nelle capacità di affrontare la nostra vita costantemente in modo attivo/passivo senza mai permettersi di fermarsi troppo nelle due modalità. E’ un campo che permette la continua ricerca e soprattutto la ricerca nell’insieme del nostro essere.

Infatti, secondo gli antichi insegnamenti l’essere umano è composto da Corpo-Mente-Voce (e non è scuramente un caso l’ordine dei tre elementi) è noi potremo tradurre in comunicazione che la Voce rappresenta l’energia (avete per esempio mai provato a far valere le vostre ragioni con la raucedine?), la Mente come dice la parola stessa mente, ovvero ci permette di creare illusioni, costruire sovrastrutture, ci “aiuta” finanche a farci credere che le cose che sono nocive per noi ci piacciono. Al Corpo rimane l’arduo compito di presentare il così com’è, non soltanto l’apparenza come siamo soliti credere, ma piuttosto esprimere la nostra parte più profonda, quella che non è possibile controllare che aldilà di quello che crediamo di pensare o di quello che vogliamo far credere, semmai con un impercettibile movimento del sopracciglio, il tamburellare irrequieto delle dita su un tavolo, o di un respiro disallineato all’intonazione della voce.

Gran parte del linguaggio verbale prende origine e si sviluppa su comportamenti consci e inconsci del nostro Corpo come la verbalizzazione di immagini figurate di situazioni concrete :

- Avere la testa dura;

- Avere le mani bucate;

- Rifarsi le ossa…

 

Di atteggiamenti.

- Cucirsi la bocca;

- Mordersi le labbra;

- Restare fermi…

 

Di fenomeni fisiologici momentanei difficili da celare legati alle emozioni :

- Arrossire,

- Sbiancare;

- Diventare verde dalla rabbia…

 

Così come sottovalutiamo l’importanza della comunicazione non verbale all’interno della nostra comunicazione - dimenticando che le conversazioni sono composte solo dal 7% di comunicazione verbale, dal 38% dal tono di voce e dagli elementi para-linguistici e che il restante 55% compete unicamente la sfera non-verbale – parliamo non dando un vero peso alle nostre parole, non rendendoci consapevoli di quello che possono veramente scatenare le nostre parole e i nostri gesti.

Produciamo continuamente messaggi, ma non ne siamo quasi mai pienamente consapevoli o per lo meno non riusciamo a tenere del tutto sottocontrollo i risultati che genereranno e tanto meno se il messaggio giungerà esattamente come noi lo vorremmo fosse recepito.

Per questo non solo è importante osservare e osservarsi, ma anche mettersi in dubbio, chiedersi se il nostro comportamento rispecchia esattamente l’idea che abbiamo di noi stessi (cosa assai rara).

Ripetere il messaggio fino a quando si ha la certezza che il messaggio sia compreso può essere utile, ma potrebbe anche diventare un atteggiamento noioso e a volte finanche controproducente (si può innescare l’indifferenza assoluta) meglio imparare a comunicare, sfruttare i mezzi a nostra disposizione.

E il workshop del 16 luglio tenuto a Cassacco altro non ha dimostrato ancora una volta l’universalità del gesto e della comunicazione non verbale in ogni campo. In tutti gli interventi della giornata sono state mostrate le influenze della comunicazione.

Come l’ha ricordato il Dott. Gilberto Gamberini, infatti, già Erickson aveva compreso che tramite l’osservazione della comunicazione non-verbale avrebbe potuto scoprire delle cominciando dai propri cari (le sorelle, la madre). Mentre Padre Ondei ha dovuto far fronte alle difficoltà culturali e ambientali, dove alzare un braccio per grattarsi la testa può essere interpretato come un gesto di minaccia. Il Dott. Patrizio Bellini ha espresso l’impossibilità di non comunicare ricordando la natura stessa della cellula che la porta a superare la solitudine unendosi, mettendosi in comune. Il dott. Nagar ha rilevato lo stretto rapporto che unisce l’abitudine al gesto, facendo della gestualità un elemento essenziale che può costituire un ostacolo alla decisione di liberarsi da una dipendenza (fumo, cibo), ma altresì un rinforzo per evitare le ricadute. E la dottoressa Anna Russo ha mostrato l’importanza della comunicazione nell’educazione alimentare.

Spunti a ricerche che possono coinvolgere l’intero corso di una vita affrontati in una sola giornata, che lasciano presagire quanto ancora ci sia da scavare e da scoprire nell’universo della comunicazione, e quanto un viaggio nell’anima possa costituire un passo in avanti proprio verso quelle scoperte.