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Ragazze dell'Est, del Nord Africa..semplicemente RAGAZZE

Tutti i giorni lo stesso scenario, cambia la provenienza...ma non li sguardi della gente indifferente, e lo scherno di chi giudica senza giudicarsi...

Sono le sette, come ogni mattina da sei mesi prendo l’autobus per recarmi al lavoro.

Salgo, ormai automaticamente cerco un posto, possibilmente uno doppio per potermi sistemare in tutta comodità, e rendere più gradevole un tragitto che, sebbene non lungo, è stancante.

I volti sono sempre gli stessi, assonnati, accennano ad un mezzo sorriso, preoccupati dai mille impegni da intraprendere, non guardiamo neanche più chi ci sta intorno.

Eppure ricordo ancora il mio stupore solo qualche mese fa quando scoprii che le tanto disprezzate ragazze di colore che vediamo ad ogni angolo sulle nostre statali, non sono neanche portate dai loro “padroni”, ma usano un semplice mezzo pubblico. Come qualsiasi impiegato, o professionista diligentemente tutte le mattine si recano al lavoro. Ancora assonnate, corrono per non perdere l’autobus, gridano mischiando parole italiane, inglesi e di qualche altra lingua a noi incomprensibile, si appisolano appena l’autobus innesca la prima, o si attaccano al telefono cercando di avere notizie dai loro cari lontani, gli stessi per i quali sono disposte a farsi fare di tutto pur di poter mandare loro di che vivere a fine mese e soprattutto evitargli ritorsioni di qualsiasi genere.

Nel vocio generale riconosco tra le note della canzone che sta trasmettendo la radio le parole di Ragazze dell’est di Baglioni, e mi rendo conto che la provenienza non cambia le situazioni.

Ascolto e guardo le parole e gli sguadri della gente che le vede senza guardarle. Passano quasi invisibili, come dei “suppellettili” che fanno parte di un decoro, sotto gli sguardi disgustati o tutt’al più indifferenti delle persone “per bene” di quelle che si scandalizzano alla loro presenza, senza mai scandalizzarsi però di coloro che aprono loro le portiere e che per qualche euro si sentono proprietari di un corpo, di una persona. Perdenti che non riescono ad amare a farsi amare, almeno non come pretenderebbero loro. Che non potendo ottenere tutto quello che vorrebbero dalla compagna “distinta” quella che è degna di essere portata alla cena con gli amici, quella da presentare in famiglia, quella da portare a teatro, o degna di essere la madre dei propri figli (almeno fino al momento del divorzio), se lo compra da chi considera senza problemi “meno degno”. Gli appellativi in questo caso si sprecano. Si sa, sé un uomo va con una donna è un Don Giovanni, mentre una donna…è sempre e soltanto una poco di buono, se è poi si fa pagare…l’appellativo è autorizzato. Poco conta il cuore, i sentimenti, senza un ruolo una donna resta una che si dà.

E così comincia la corsa delle donne ad essere le figlie di un padre, capace di farle rispettare, le fidanzate di un uomo che le voglia sposare, le mogli che daranno alla luce quel figlio maschio che le renderà degne di essere giudicate delle brave persone.

E tutte le altre, tutte quelle che non hanno avuto un padre, o nel massimo della loro distruttività si sono innamorate del più scapestrato che le ha rubato il cuore e l’anima perché, povero a lui, non è stato capace di fare di più, che dovrebbero fare?

Anche per quelle donne sarà una festa dedita al consumismo questo otto marzo?

Io so già che su quell’autobus non potrò salire l’otto marzo, ma mi piacerebbe tanto se qualcuno senza chiedere niente se non per il piacere di offrire un sorriso porgesse un piccolo stelo di mimosa a ciascuna di queste donne, perché ciascuna con le proprie difficoltà, con i propri limiti e le proprie paure, si ricordi che non è solo carne da macello, ma sotto tutti quegli abusi dei quali si è fatta capace e riesce a sopportare anche con un sorriso è una donna, un essere umano, qualcosa di più di un corpo e una macchina da sfruttare.

 

Ragazze Dell’est

nei mattini pallidi appena imburrati di foschia
risatine come monete soffiate nei caffè
facce ingenue appena truccate di tenera euforia
occhi chiari, laghi gemelli, occhi dolci amari
io le ho viste
fra cemento e cupole d’oro che il vento spazza via
sotto pensiline che aspettano sole il loro tram
coprirsi il cuore in mezzo a sandali e vecchie
camicie fantasia
e a qualcuno solo e ubriaco che vomita sul mondo
io le ho viste portare fiori e poi fuggire via
e provare a dire qualcosa in un italiano strano
io le ho viste coi capelli di sabbia raccolti nei
foulards
e un dolore nuovo e lontano tenuto per la mano
io le ho viste che cantavano nei giorni brevi di
un’idea
e gomiti e amicizie intrecciati per una strada
io le ho viste stringere le lacrime di una primavera
che non venne mai
volo di cicogne con ali di cera
ancora le ho viste
far la fila con impazienza davanti ai gelatai
quando il cielo stufo d’inverno promette un po’ di
blu
piccole regine fra statue di eroi e di operai
lievi spine d’ansia nei petti rotondi e bianchi
io le ho viste
eccitate buffe e sudate per la felicità
negli alberghi dove si balla gridare l’allegria
e bere birra e chiudere fuori la solita neve e la
realtà
e ballare alcune tra loro e ballare e poi ballare
le ho viste
nelle sere quando son chiuse le fabbriche e le vie
sulle labbra vaghi sorrisi di attesa e chissà che
scrivere sui vetri ghiacciati le loro fantasie
povere belle donne innamorate d’amore e della
vita
le ragazze dell’est