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Ernst & Young - Internal Control Survey 2007

Il 75% delle aziende aumenterà gli investimenti a favore dei controlli interni. In Italia il 91% delle aziende prevede investimenti nei prossimi 12-24 mesi,ma solo il 67% ha già condotto una valutazione del rischio e mancano programmi formali di prevenzione delle frodi.

Ernst & Young annuncia i risultati della Internal Control Survey 2007, condotta in 17 Paesi tra società quotate ma non controllate dalla SEC e con un fatturato superiore a 1 miliardo di euro.

L’indagine dimostra che il 75% delle aziende interpellate a livello mondiale, incluse alcune delle maggiori aziende del mondo, intendono aumentare gli investimenti a favore dei controlli interni alla luce di evidenti e significativi vantaggi di business. La ricerca evidenzia anche evidenti differenze tra i vari paesi coinvolti: investimenti per rafforzare il sistema di controllo interno nei prossimi 12-24 mesi sono previsti infatti dal 91% delle aziende intervistate in Italia, rispetto al 58% della Francia, al 70% della Gran Bretagna o al più ben augurante 86% della Germania.

Paolo Marcon, Partner di Ernst & Young Financial-Business Advisors ha spiegato: “Esiste una diffusa consapevolezza del fatto che controlli interni efficaci abbiano un impatto diretto sulle performance del business in diverse aree. Ciò che emerge dalla ricerca è l’indicazione che il management è impegnato a esplorare il contributo che un approccio maggiormente professionale ai controlli interni può fornire al raggiungimento del vantaggio competitivo”.

Tuttavia, analizzando la situazione attuale, risulta che solo il 65% delle società coinvolte ha, al momento, implementato con successo un processo annuale di “Enterprise Risk Assessment” e che quindi un terzo delle aziende, non conducendo verifiche annuali di rischio, è potenzialmente esposto ad imprevisti cambiamenti del proprio profilo di rischio, provenienti sia da fattori interni che da influssi e sviluppi del mercato esterno. Anche questo dato è soggetto a significative variazioni derivanti dalle realtà dei singoli paesi: se, infatti, soltanto il 67% delle società italiane intervistate ha, al momento, condotto internamente verifiche del rischio, tale percentuale sale in modo vertiginoso nel caso di UK, Germania e Olanda (100%) e Francia, Belgio e Russia (80%).

“La ricerca dimostra come le società italiane, in linea con le maggiori aziende europee, si siano evolute nella gestione del rischio e del controllo interno. Mentre tale evoluzione è stata dettata in parte da elementi esterni, quali normative o pressioni degli stakeholder, aumenta la consapevolezza del valore dato dagli investimenti in controllo interno legati soprattutto alle operazioni e all’ambiente IT. La survey ha anche evidenziato un progressivo abbandono del vecchio approccio “reattivo” alla gestione dei rischi verso un più vantaggioso approccio “proattivo” integrando la gestione dei rischi relativi alla conformità alle leggi con quelli strategici che potrebbero compromettere il raggiungimento degli obiettivi aziendali.” ha continuato Paolo Marcon.

In una fase in cui gli investitori internazionali esigono maggior trasparenza e “assenza di sorprese”, è interessante sottolineare come il 50% degli intervistati citi “l’influenza positiva sulla fiducia degli investitori” quale fattore per effettuare investimenti a favore dei controlli interni. Il miglioramento dei processi e delle strutture di controllo sottostanti e una migliore comprensione delle principali aree di rischio sono stati indicati rispettivamente dall’89% e dall’86% degli intervistati.

Molte aziende sono tuttavia consapevoli dei punti deboli cui sono soggetti i controlli interni in potenziali aree di grande rischio, come l’espansione sui mercati internazionali (59%), l’integrazione post-acquisizione (58%) e i progetti immobiliari ed edilizi (55%). Altre aree critiche sono state identificate nella pianificazione della continuità operativa (54%) e nelle implementazioni/aggiornamenti IT (51%).

Per quanto concerne i controlli finanziari, le aree di maggior preoccupazione riguardano il contract accounting (48%), i risconti (37%) e le imposte (37%); in tutti i casi, è stato relativamente basso il numero di intervistati che hanno giudicato “molto efficaci” i controlli finanziari.

Ha commentato Paolo Marcon: “Se i professionisti del controllo affermano di non sapere quel che accade, i board e gli altri stakeholder aziendali devono preoccuparsi non poco. Per fortuna molti riconoscono i pericoli, e in metà dei casi risulta una decisione a investire in queste aree entro i prossimi 12 mesi”.

Sebbene la maggior parte degli intervistati (57%) assuma un approccio equilibrato al monitoraggio dei controlli occupandosi del reporting dei controlli strategici, operativi, finanziari e di conformità normativa, il 21% lo fa solamente sui controlli finanziari. Ha concluso Marcon: “Questo disequilibrio può significare che i controlli posti a guardia di alcuni importanti rischi operativi non siano effettivamente verificati”.

Un dato significativo riguarda inoltre la mancanza di programmi formali per la prevenzione delle frodi, assenti nel 68% dei casi nonostante più di un terzo degli interpellati li consideri “importanti” o “molto importanti”.

La ricerca Ernst & Young Internal Control Survey 2007

“From Compliance to Competitive Edge: New Thinking on Internal Control”
Ernst & Young ha interpellato 140 grandi aziende di 17 Paesi e 20 comparti economici che, non essendo controllate dalla SEC, sono escluse dagli obblighi della normativa Sarbanes-Oxley anche se molte di esse devono osservare regolamenti locali. Sono stati intervistati CFO, CRO, controller e responsabili dell’auditing interno. Metà campione (52%) era composto da aziende con un fatturato annuale compreso tra 1 e 5 miliardi di euro, e oltre il 20% con fatturati superiori a 10 miliardi.

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