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Pietas privata o pubblica dimostrazione di fede?

Portare Cristo tra le case degli uomini è per definizione una missione data espressamente da Gesù. Quindi la vita personale di fede, gli atti pubblici di culto, le azioni mediante le quali introdurre il lievito del Vangelo nel mondo, sono testimonianza di questo mandato. Ma tutto ciò è (o deve restare) circoscritto alla sfera personale di ognuno? Il dibattito sulla laicità dello Stato sembra toccare anche questi aspetti.

Il concetto di laicità come separazione “tra le cose di Cesare e le cose di Dio” è presente nella società civile fin dall’antichità ed il Vangelo lo richiama chiaramente. Un po’ diversa, forse, la situazione in cui le attività umane devono essere tanto separate da quelle religiose da ricorrere ad una apposita normativa per tenerle separate. E’ il caso che si sta affacciando in Europa da qualche tempo, con la previsione della redazione -addirittura- di un apposito “codice della laicità” che però non sembra tanto una norma deontologica per le pubbliche amministrazioni, quanto un fissare dei limiti oltre i quali le attività religiose non dovranno andare. Nei giorni scorsi la questione pare sia stata sollevata in Spagna, come rileva il portale di infomazione da cui è tratto l’articolo di cui infra, questione che tocca -seppur indirettamente- l’ambito confraternale, per il timore che, se e quando detto codice andasse in vigore nei termini preventivati, si debba provvedere ad un notevole ridimensionamento delle espressioni della religiosità popolare pubblica, in particolare dei riti della Settimana Santa che si tengono sulle pubbliche vie (Via Crucis, processioni, ecc.). Ovviamente la questione è solo nella fase di notizia e di commento, occorre vedere se e come si evolverà.

Lungo la storia ci sono stati ciclici interventi ridimensionatori della vita di fede (es. il “giuseppinismo” in Austria o comunque la “regolata devozione” di impronta muratoriana attraverso le proposte devozionali e cultuali della “pietà illuminata”) che, non a caso, più che la vita dei singoli fedeli colpirono innanzitutto le organizzazioni religiose, in primis le Confraternite, data la loro struttura che le rende tuttora enti ecclesiatici dotati di autonomia amministrativa e di una precisa missione ecclesiale da compiere, nonché la loro capillare presenza ed intervento sul territorio e nella società, dove seppero lasciare una traccia profonda e meritarsi risorse economiche importanti (ed interessanti pure per altri enti) attraverso le quali finanziare la prosecuzione della propria azione.

Una certa “razionalizzazione” ispirata da un panorama culturale in continua evoluzione, tendente a rimodellare e ad uniformare rapporti, istituzioni e pratiche religiose tradizionali, era prima d’ora presente anche all’interno della stessa Chiesa. Il “novo volto” che la discussione in corso sta ridisegnando, sta invece emergendo da alcuni settori della società civile: pur se non incidesse sugli aspetti e sulle stratificazioni secolari delle istituzioni ecclesiastiche e dei comportamenti individuali e collettivi dei fedeli, resta destinato a tener vivo un dibattito che tocca ancora la questione delle radici giudaico-cristiane dell’Europa e degli aspetti della sua storia (se non della sua identità) culturale.