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Giovedì Santo

I riti confraternali del Giovedì Santo presentano due grandi aspetti: la rievocazione dell’Ultima Cena e le processioni aventi ad oggetto le fasi salienti (alcune di fonte biblica, altre aventi anche elementi leggendari) della Passione. Quel che si compie è memoria storica vivente: chi è riuscito a non perdere o a non lasciar diluire la propria fisionomia nelle pieghe del tempo e della storia, è consapevole che “tradizione” non è solo ripetizione di atti ma vera e propria “consegna” di un mandato preciso.

San Carlo Borromeo, riformatore delle Confraternite, con la sua Regola (acuni aspetti della quale sono tuttora attuali) per queste associazioni disponeva che non si tenessero più, il Giovedì Santo, cene o altre agapi negli Oratori (= chiese sedi confraternali) per evitare disordini non convenienti ad un luogo sacro. Se questa preoccupazione era pastoralmente giusta, nondimeno occorre domandarsi a quali scopi ulteriori mirasse, a quali obiettivi a lungo termine fosse funzionale. Gli storici concordano che l’abolizione dei pasti in sedi confraternali mirasse a privare i sodalizi (che avevano ormai raggiunto un ruolo ed un peso sociale rilevantissimi) della possibilità che attorno ad una tavola (come spesso succede) si potessero comporre conflitti, prendere accordi tra parti in causa, ecc. in maniera più fraterna e schietta che non mediante i procedimenti istituzionali. In alcuni casi come quelli che seguono, la “cena” è stata conservata ed anzi non ha mai perso i contenuti che avrebbe sempre dovuto avere.

In Sardegna in particolare, la suchena (la sopra-cena, ossia un qualcosa di più rispetto ad una normale cena), diviene un vero e proprio atto paraliturgico. Viene allestita a casa del Priore (= superiore) della Confraternita (l’abitazione è riconoscibile perché l’ingresso viene addobbato con un arco di rami di palma). I partecipanti sono 12 commensali che vengono serviti da due “camerieri” scalzi, e la tavola imbandita (in cui campeggiano 2 candele accese ed un vaso di grano germogliato come quello che addobba molti altari della reposizione) presenta un menù tutto suo, alcune portate del quale richiamano per certi versi la cena ebraica di Pasqua: antipasto di anguilla fritta da consumare con un ciuffo di aglio fresco; primo consistente in brodo di anguilla; secondo di pesce fritto e formaggio fresco; frutta secca (mandorle, ecc.) e fichi secchi; arancio (se non lo si consuma, dev’essere portato a casa e consumato da un famigliare); cucurruis (pane a forma di corda arrotolata). Al termine del pasto (compiuto tutto in religioso silenzio) si canta il Miserere, senza concluderlo col Requiem (Cristo è morto ma è resuscitato) né col Gloria (siamo ancora in Passione).

Paraliturgie simili (sebbene con procedure diverse a seconda del contesto) si sono conserate pure a Caulonia (di cui si è detto ieri) ed a Procida. Per quel che riguarda il Cilento, in particolare, non aggiungo altro alla ricca tradizione confraternale della zona e non solo (si veda per esempio l’eccezionale processione di Maddaloni ) rimanandando agli importanti interventi di “zia Angie”, Guida Campania, in cui traspare tutta la sua passione e dovizia per gli aspetti della Settimana Santa, così sentita dalla popolazione locale, che organizza le sue attività in maniera da potervi partecipare.

Il Triduo Pasquale vede l’avvio della maggior parte delle processioni sia per visitare ufficialmente i “sepolcri” e sia per rappresentare le fasi salienti delle ultime ore terrene di Gesù. Dati i motivi storici accennati negli interventi dei giorni scorsi, non si può che rilevare che molti atti fanno i conti con l’anticipo o col posticipo dell’ora canonica in cui dovrebbero avvenire, cosicché alcune processioni del Giovedì Santo hanno come “scene madri” dei quadri biblici del Venerdì. Nei secoli passati, motivi di ordine pubblico portarono addirittura a proibire funzioni notturne che si dovette spostare al mattino successivo (esempio classico: la Veglia Pasquale che fino alla riforma liturgica del Concilio Vaticano II si teneva il Sabato Santo alla mattina) come accade ancora nella stessa Terrasanta per la nota situazione politica.