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San Carlo Borromeo: la Regola

Lungo la storia si è detto parecchio di questo santo, forse un po’ meno nota è la sua azione verso il mondo confraternale per il quale intervenne con il rigore del suo stile di vita e le peculiarità dello stile di vita socio-ecclesiale del suo tempo.

Se si accenna al Concilio di Trento è abbastanza facile ricordare – ad esempio – la Controriforma cattolica per cercare di arginare e controbattere la Riforma protestante, la figura di papa Pio V° che promulgò i testi liturgici riveduti in seguito a questa assemblea plenaria della gerarchia ecclesiastica, la santità di Ignazio di Loyola e di Filippo Neri e di tanti altri.

Il milanese SAN CARLO della nobile e tuttora esistente famiglia dei Borromeo fa parte di questa schiera, e tra gli studiosi ed operatori del settore sono note le azioni riformatrici da lui attuate nella sua Diocesi di Milano, dove convocò almeno 5 “concili” per la sua “provincia” ecclesiastica, poi presi ad esempio un po’ dappertutto altrove, e degni a tutt’oggi di essere citati quando si parla di pastorale, di azione della Chiesa “direttamente sul campo” dove interessa gettare il seme del Vangelo e della carità che scaturisce da una fede tradotta in opere di misericordia.

In particolare per quel che ci interessa, durante la seconda di queste riunioni tra vescovi, nel 1569 egli stese e fece promulgare la REGOLA PER LE CONFRATERNITE , la quale Regola venne progressivamente adottata o fatta adottare a tantissime Confraternite dopo il Concilio di Trento, specie a quelle che erano sprovviste di uno statuto e che comunque dovevano rinnovarlo a seguito dell’applicazione dei decreti attuativi di detto storico Concilio.

E’ ormai assodato che questo documento sancì quel che la gerarchia della Chiesa post-tridentina prevedeva e voleva ottenere dalle organizzazioni dei fedeli laici (cioè dei non consacrati), ossia: anche le associazioni (e tanto più quelle che avevano ed hanno scopi di culto pubblico come appunto le Confraternite), dovevano essere strumenti chiaramente legati al Pontefice, ed impiegati nella salvaguardia del Catechismo e della Tradizione della Chiesa Cattolica di Roma.

E’ di questo periodo l’attivazione della procedura canonica dell’aggregazione alle Arciconfraternite ossia Confraternite “case-madri” distintesi per pietà ed anzianità, a cui la Santa Sede riconosceva il diritto di aggregare a sé altre Confraternite simili, aventi stesso titolo o finalità, sparse per il mondo cattolico. Col termine “aggregazione” si.intende il “vincolo” con il quale si viene resi partecipi dei benefici di chi aggrega ma questo specifico atto giuridico diverrà anche un mezzo di collegamento, coordinamento e “pianificazione operativa” (se così si può dire) di attività, oltrechè – di riflesso – di controllo dell’ “ortodossia” dell’ente.

La procedura delle aggregazioni è ancora in vigore e non è assolutamente previsto da nessuno che non si possano più costituire nuove Confraternite od aggregarne di esistenti, ed anzi per i problemi relativi è competente il PONTIFICIO CONSIGLIO PER I LAICI.

Tornando quindi al nostro santo, egli viene considerato patrono in senso lato delle nostre associazioni per aver cercato di riordinarne ed inquadrarne la struttura e l’operatività. Non a caso egli parla delle Confraternite dei Disciplinanti, ossia di quelle nate dall’ esperienza penitenziale del Medioevo, su cui si inserirono poi la maggior parte delle esperienze confraternali giunte fino ad oggi. E non a caso egli cita il SANTISSIMO SACRAMENTO ed il Rosario come i cardini di due tipi di Confraternite che specie in Lombardia ebbero poi un naturale terreno di sviluppo, tant’è vero che all’epoca delle riforme dell’imperatore austriaco Giuseppe II questo tipo di associazioni non vennero soppresse perché si erano distinte nel curare la gestione e spesso la manutenzione delle chiese sedi di Parrocchie, le quali furono tra i pochi enti religiosi che non vennero aboliti.

La Regola che egli compose è infatti tuttora pastoralmente molto valida e, leggendola, si possono trovare indicazioni che non sono affatto passate “di moda” anche se nel frattempo sono trascorsi quasi 500 anni. Le stesse preghiere in appendice rivelano una attenzione lungimirante per quelle situazioni che interpellano fattivamente ancor oggi l’azione dei cristiani, specie di fronte a problemi di portata sociale come le epidemie, i morti abbandonati, gli schiavi, le persone che non pregano mai o non pregano più, ecc.-.

Per concludere e per l’originalità del caso prospettato, è pure da segnalare - per contro - la minor elasticità ed innovazione perseguite da san Carlo - e non solo - mediante la minor autonomia da lasciare alle Confraternite, attraverso la chiara e tassativa proibizione di tenere paraliturgie nelle chiese confraternali la sera del Giovedì Santo, in particolare vietando di tenere vere e proprie cene ad imitazione dell’Ultima Cena del Signore. Il motivo di questo divieto (che viene spesso indicato come l’esempio paradigmatico più evidente di questa opera riorganizzatrice) viene giustificato con la necessità di evitare degenerazioni comportamentali poco convenienti in un luogo sacro. In realtà, assieme a questo obiettivo c’era anche un fine ulteriore cui mirava, e cioè impedire che un corpo sociale (non solo religioso) ormai ben organizzato, strutturato e presente sul territorio nonchè presso le istituzioni da circa quattro secoli, e gestore di veri e propri servizi socio-religiosi ed assistenziali, potesse continuare ad essere autonomamente artefice delle scelte e dei casi umani con cui si relazionava o che l’interpellavano, scelte e casi umani che spesso trovavano una soluzione o comunque uno sbocco od una composizione proprio attorno al tavolo, proprio la sera del Giovedì Santo, giorno del pasto più importante - non solo simbolicamente e/o religiosamente - del sodalizio.

Ovviamente, per comprendere questo atto bisogna essenzialmente domandarsi il perchè del motivo che l’aveva ispirato. Questo “veto” non influiva sull’azione confraternale “in toto” ma su chi doveva esserne il supervisore: se la Chiesa post-tridentina cercava di recuperare la sua autorità attraverso la figura ed il ruolo dei pastori, ne conseguiva il riorientamento verso di essi di tutte le realtà che agendo in nome pubblico ed ufficiale della Chiesa, dalle autorità della Chiesa stessa avevano ricevuto uno specifico mandato di cui alle stesse dovevano render conto e sottomissione. Questo dato era tanto più importante e degno di massima considerazione in un momento storico ed ecclesiale in cui riaffermare la presenza del “corpus” costituito dalla Chiesa e dalla sua organizzazione più che da quel corpus intermedio tra lo stato clericale e quello laicale tuttora costituito dalle nostre associazioni, come ricorda sempre e bene G. G. Meerseman nella sua fondamentale opera di riferimento che è l’ “Ordo Fraternitatis” (un titolo non a caso, rivelatore di questa nostra specifica, orginalissima realtà).