Questo sito contribuisce alla audience di

GONFALONE OGGI

Sotto il Patronato della Madonna della Misericordia, si colloca una delle più gloriose Confraternite che per lungo tempo mise in pratica -come i Trinitari- il carisma di liberare chi è schiavo: è l’Arciconfraternita del Gonfalone. Anche se la casa-madre non è più attiva, esistono tuttora numerose sue aggregate che sono eredi e continuatrici di un patrimonio considerato “pilota” per tutte le associazioni simili apparse in seguito.

In precedenti interventi veniva ricordato che il 18 marzo ricorre la Madonna della Misericordia e che dietro il nome misericordia è attivissimo un universo fatto di volontariato cristiano. L’icona della Madonna venerata sotto questo titolo presenta la Vergine che accoglie in atto misericordioso, appunto, sotto il suo ampio mantello allargato, i fedeli ed in particolare i Confratelli e Consorelle, che chiedono la Sua protezione. Non a caso questa raffigurazione è detta pure “Madonna dei raccomandati”, ossia -ovviamente- di coloro che alla Sua intercessione si raccomandano. Nell’anno 1242, sotto tale denominazione si riunirono -secondo la leggenda- i primi benestanti romani (ad imitazione degli Apostoli, l’unione era originariamente composta di 12 persone. che decisero di organizzarsi in sodalizio per accogliere i pellegrini, viandanti e migranti che transitavano per Roma medievale senza che vi fosse ancora -per questi ultimi- nessun tipo di assistenza dedicata). In seguito l’associazione finì per essere comunemente conosciuta col nome di Confraternita “del gonfalone”, poiché i suoi Confratelli si recavano alle porte dell’Urbe innalzando questo loro vessillo che serviva per essere individuati dai pellegrini che venivano accolti e quindi guidati in visita ai luoghi santi (l’ultimo gonfalone usato fino al 1888, inizio della devitalizzazione associativa, è tuttora conservato nell’Oratorio del Gonfalone in via Giulia a Roma, ora adibito ad auditorium). Per la sua validità, la struttura dell’Arciconfraternita del Gonfalone iniziò da allora ad essere presa ad esempio e/o ad essere adottata un po’ da tutte le Confraternite (non importa di che titolo) apparse in seguito. Per questi motivi e per la grande benemerenza che l’Arciconfraternita del Gonfalone acquisì, fu ad essa attribuito il titolo di “mater omnium” (madre di tutte le altre). Addirittura in Sardegna a metà ‘600 venne emanato un progetto (giuridicamente mai abrogato, tuttora praticabile) per far sì che tutte le Confraternite isolane potessero prendere ad esempio quella della Santa Croce (*) di Sassari. Cagliari rappresenta invece un unicum nel suo genere, tenuto conto, inoltre, del valore aggiunto che gli deriva dai motivi legati al culto di Sant’Efisio.

Le Confraternite del Gonfalone sono legate a tutte e tre le Famiglie dell’Ordine Francescano, ed anzi fu proprio San Bonaventura che scrisse la prima Regola della loro Arciconfraternita Madre. Questo per motivi spirituali, ossia per godere delle numerosissime Indulgenze legate all’esercizio delle opere di misericordia attuate da queste Confraternite e compartecipate alle altre della stessa famiglia spirituale. Il simbolo per eccellenza, però, che è sempre stato usato per rendere subito riconoscibile questo tipo di organizzazione, è una croce trinitaria, che presenta tuttavia i colori invertiti (fondo azzurro anziché bianco, braccio orizzontale rosso anziché azzurro, braccio verticale bianco anziché rosso) oppure braccia della croce ciascuna divisa in due spicchi bianco-rossi, sempre in campo azzurro. Lo Statuto dell’Arciconfraternita Madre del Gonfalone spiega il colore rosso quale colore della Passione del Signore (*), il colore bianco come colore dell’illibatezza di Maria ed il colore azzurro in quanto colore dell’Eternità.

(*) dato questo richiamo e dato lo stemma della casa-madre, stemma comunque a forma di croce, tutt’ora alcune Confraternite aggregate all’Arciconfraternita del Gonfalone hanno come Titolare la Santa Croce.

Il perché dei tre colori tiene contro dell’elemento mariano: é comunque una simbologia posteriore rispetto all’origine dell’Arciconfraternita, e viene spiegata in modo aulico e leggendario, facendola addirittura risalire ad una ispirazione avuta da San Bonaventura da parte della stessa Vergine Maria. L’adozione di una simile croce di derivazione trinitaria fu dovuta al fatto che a partire dal 1586 le Confraternite del Gonfalone furono investite dell’opera del riscatto schiavi (in particolare nei territori dello Stato Pontificio) quando i religiosi trinitari non vollero più occuparsene per protesta verso l’abuso di convocare arbitrariamente i Capitoli generali del loro Ordine solo in Francia e solo con religiosi francesi. Non essendo più un’opera gestita direttamente dall’Ordine, si cercava in qualche modo di utilizzare un “marchio” conosciuto, al quale veniva però modificata la disposizione dei colori per far capire che le due gestioni erano separate. Non a caso le Confraternite del Gonfalone si diffusero quindi maggiormente in determinate aree geografiche piuttosto che in altre, e una loro simile presenza si giustifica dunque per motivi non solo socio-religiosi ma pure politici nel senso di essere state individuate come referenti per l’azione antischiavista, senza passare da gestioni che facevano capo ad altre autorità o luoghi.

Quel che però tuttora non si evince con chiarezza dell’Arciconfraternita del Gonfalone é la sua origine quale ricostituzione dell’antica “Fratellanza Trinitaria” (vedi “Le affiliazioni dell’Ordine Trinitario”, Isola del Liri, 1947): allo stato attuale delle ricerche questa origine non viene ricordata o piuttosto resta come celata. Rimane pertanto ancora da chiarire più compiutamente il nesso tra la Confraternita trinitaria dei Bianchi di Marsiglia (località da dove prese avvio uno dei movimenti penitenziali medievali) e gli elementi che passarono in quella romana del Gonfalone. Dati gli scopi antischiavisti di entrambe le organizzazioni, non è eccezionale rilevare Confraternite che presentano doppia aggregazione (sia al Gonfalone che ai Trinitari, vedi l’esempio di Fabriano) o rilevare missioni di riscatto come la prima operata a Livorno in cui l’ente “redentivo” si presentava usando i due titoli come sinonimi.

In sostanza si tratta di riscoprire la propria identità specifica, ed il rinnovamento della stessa attraverso l’antica esperienza che la fece nascere ed avanzare: tutto può decollare dalla concretizzazione del “progetto trinitario” ossia della apposita “regola” per i laici che si riconoscono nella “famiglia religiosa” che da oltre 8 secoli cerca quotidianamente di mettere in pratica il carisma di liberazione più volte enunciato nei punti precedenti. A volte non ci si rende conto appieno di tutte queste cose. La schiavitù intesa in senso tradizionale è retaggio del passato ma tante forme di schiavitù contemporanea favoriscono l’emarginazione. In definitiva la schiavitù non è estinta, né è più un problema confraternale in quanto ora è l’ONU che se ne occupa, ma anzi attende una risposta evangelica specie in quei settori in cui l’assistenza pubblica resta integrabilissima dalla nostra esperienza che fu all’origine del volontariato quando l’intervento statale era ancora pressoché inesistente.