*Stefano Vaj: tra i leaders della nuova futurologia italiana e europea, internazionale.
D- Il futurismo alla luce del postmoderno e del postumano
(Stefano Vaj) Il futurismo naturalmente si invera e realizza nel superamento dell’umanismo e, attraverso la conquista tecnica del mondo e della nostra stessa natura, della condizione umana medesima. Ma in fondo, come dico nell’articolo di introduzione al numero speciale di Divenire sul futurismo, l’importanza decisiva del futurismo consiste nel fatto di rappresentare proprio la saldatura tra il pensiero postumanista che da Nietzsche e Darwin in poi si sforzava ormai da una cinquantina d’anni di pensare un mondo ormai totalmente esplorato, in cui Dio è morto e l’uomo è chiamato a diventare qualcosa di diverso da sé per “ereditare la terra”, da un lato; e la presa d’atto, dall’altro, dei portati della tecnica moderna, che rappresenta il mistero stesso di tale trasformazione, la sfida centrale di tale autosuperamento, il pericolo e l’opportunità più grande nascosta dietro la singolarità storica che ci incalza, singolarità che solo un’entropica fine del divenire storico-culturale – del resto da più parti auspicata nelle vesti del ritorno ad un’Età dell’Oro, come tale alla fin fine colorata di aspetti pre-umani – potrebbe davvero scongiurare.
Ancora, è significativo che attraverso il futurismo tale saldatura si operi allo stato nascente non in produzioni di ingegneria tecnica o sociale, non nell’argomentare di filosofi accademici, non nel campo dell’epistemologia scientifica, ma in un manifesto di poeti (“coloro che fanno”) ed artisti (“coloro che creano l’artificiale”), attraverso una pro-vocazione che ancora interpella gli spiriti, ed in particolare gli spiriti che con diversi gradi di consapevolezza e radicalità scelgono invece l’opzione transumanista, l’opzione del sovrumano.
D- La politica come biologia sociale?
(Stefano Vaj) I miei ultimi due libri fanno riferimento nel titolo proprio alla “biopolitica”, in due sensi distinti, ma complementari. Il primo fa riferimento al fatto che le questioni davvero centrali da un punto di vista politico, al di là della cronaca politicante o delle divisioni novecentesche (se non ottocentesche), riguardano proprio i grandi questi relativi al futuro biologico - o del resto postbiologico… - che riguarda noi e in generale il nostro pianeta. Il secondo contrappone in qualche modo la biopolitica alla bioetica. Ovvero, sottolinea il fatto che oggi tali questioni vengono affrontate per lo più in chiave di conformità moralistica a regole suppostamente naturali, eterne ed universali, quando si tratta invece di scelte che coinvolgono l’immagine che una comunità popolare ha di sé e del suo destino possibile.
D- La nouvelle droite oggi…..
(Stefano Vaj) Il GRECE dalla sua fondazione e per tutti gli anni settanta è stato un gruppo europeo il cui programma consisteva in sostanza nell’intenzione di creare una nuova scuola di pensiero (da qui il titolo della sua rivista più autorevole, Nouvelle Ecole) che riconciliasse, per così dire, Nietzsche e il Circolo di Vienna, il tutto nel quadro di una riflessione sulle acquisizioni delle scienze moderne (dalla fisica alla linguistica, dalla psicometria alla genetica all’etologia). In questo si scontrava naturalmente con un establishment culturale francese “di sinistra” fortemente condizionato dall’ecologismo, dal neoprimitivismo dell’antropologia strutturale alla Lévi-Strauss, da miti freudiani e rousseauiani, dal compromesso implicito con l’umanismo religioso. Una volta che al volgere del decennio una forte rappresentanza dei suoi esponenti trova impiego presso un giornale della maggioranza giscardiana, e precisamente il Figaro-Magazine, cui presta una insolita patina di nobiltà intellettuale, la reazione di tale establishment fu una campagna - che finì per avere echi mondiali - volta a definire tale mondo come “nuova destra”. Se la campagna a breve termine aumentò a dismisura la visibilità di riviste ed attività pur fortemente accademiche e l’interesse compiaciuto di un certo settore di opinione pubblica, a lungo termine ebbe successo, rendendo tale etichetta un’ovvia trappola, perché siccome le parole hanno una loro forza, la corrente di pensiero essenzialmente rappresentata dal GRECE cominciò effettivamente a ripiegare sempre più verso un discorso conservatore, cosa che finì per provocare l’allontamento non solo mio, ma di tutti coloro che erano mille miglia lontano da questi lidi e da questa involuzione.
Oggi, si può dire che la “nouvelle droite” effettivamente non è più liberale o gollista, e che è anzi diventata effettivamente “di sinistra”, ma solo nel senso in cui certa sinistra è divenuta la vera estrema destra. Vedere al riguardo la recente vicinanza di Alain de Benoist all’ecologia del profondo, all’ideologia della decrescita di Serge Latouche, al MAUSS, o a un tipo di localismo ed identitarismo e terzomondismo che ormai sembra concernere più una nostalgia per la vita nel borgo del piccolo mondo antico che l’affermazione prometeica e ovviamente tecnofila di un’autodeterminazione plurale e volta verso il futuro.
In questo senso, mentre a suo tempo il GRECE ha prodotto autori, idee e temi che hanno certamente precorso i discorsi di ambienti come quello di Edge o come quello transumanista (e basti qui citare Yves Christen, Charles Champetier, Guillaume Faye), direi che ormai i punti di contatto di chi ha posizioni futuriste con gli interessi di quello che resta della “nouvelle droite” sono divenuti davvero molto ridotti.
D- La scienza come transumanesimo?
(Stefano Vaj) E’ quasi impossibile essere transumanisti senza vedere nella scienza contemporanea, meglio, al plurale: nelle scienze contemporanee, una chiave essenziale di quella rottura culturale che anticipa ed è destinata ad accompagnare la possibilità stessa di immaginare un futuro postumano.
Se il postmodernismo ha condotto ad una riflessione sulle narrative soggiacenti e sulla loro natura di prodotto culturale specifico, ha anche almeno indirettamente contribuito ad indicarne lo spirito come oggetto di una possibile, deliberata appropriazione ed integrazione critica all’interno di una visione del mondo che il transumanismo sceglie di fare propria.
In particolare in connessione con la caratteristica propria ad ogni scienza, che è quella di fondare alla fine, almeno implicitamente, una tecnologia tramite cui “rapportarsi al mondo” secondo il detto marxiano secondo cui la vera questione filosofica in ultima analisi non è comprenderlo, ma cambiarlo.
D- Europa o America o Pianeta Marte?
(Stefano Vaj) Una cosa notoriamente che mi distingue dalla versione escatologica ed “ottimista” del transumanismo, è la persuasione che certe previsioni non sono affatto destinate ad avversarsi per qualche presunta “forza delle cose”, ma solo nella misura in cui qualcuno… le realizzerà, vorrà realizzarle.
Cosa tutt’altro che scontata nel clima culturale, economico, politico, valoriale di oggi, la cui globalizzazione è già responsabile, ad esempio, di un declino nella capacità e nella motivazione necessarie per imbarcarsi in quel tipo di grandi progetti che in inglese vengono definiti “societal” o addirittura “civilisational”, e che sono destinati a fare davvero una differenza, al di là della quotazione in borsa alla fine del trimestre o delle elezioni dell’anno prossimo.
In questo senso, viene certamente in conto anche lo stato oggettivamente tragico dei programmi spaziali, riguardo a cui le discussioni “strategiche” non possono nascondere la realtà di budget sempre più ristretti in valori reali, e che soltanto il residuo di orgoglio e competività internazionale di alcuni paesi emergenti (o… ritornanti, come la Federazione Russa) ancora parzialmente protegge.
Il rinvio alle calende greche dello sbarco umano su Marte, foss’anche uno sbarco davvero limitato alla dimensione simbolica della conquista dell’Everest o della Fossa delle Marianne (ma certamente il significato pratico dell’impresa sarebbe ben diverso!), qualcosa che era stata prevista come fattibile per il 1982 a mente di tecnologia già esistente negli anni settanta, è per me un punctum dolens particolare.
Diciamo che se gli europei in America, e molti anni dopo alcuni dei loro discendenti americani sulla Luna, hanno rappresentato in passato il simbolo stesso dell’esplorazione di nuovi mondi, oggi Marte potrebbe ben essere considerato come la meta ideale, il simbolo appunto di chi non pensa che l’unico senso che il futuro riserva alle nostre vite sia l’amministrazione più oculata e “sostenibile” possibile delle risorse terrestri in un Brave New World per quanto possibile stabilizzato e normalizzato, priva di altri scopi od obbiettivi che non sia la propria autoperpetuazione sino alla prossima catastrofe naturale.

Roberto Guerra








