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Accettare la propria straordinarietà

Articolo di Gian Marco Carenzi - parte seconda

In questi casi la nostra unità mente – corpo - emozioni viene smembrata al fine di inibire una o più di queste componenti.
Può quindi accadere, a seconda dei casi, di porre un veto ad una o più delle nostre espressioni, siano esse quella corporea, spirituale, mentale o emozionale, in funzione di ciò che non vogliamo vedere o sentire.
Ciò comporta un inevitabile allontanamento, una separazione totalmente intima e personale, fra noi stessi e le varie parti che ci compongono.
Dopo un po’ di tempo, a forza di chiudersi e di non sentire, ci si isola; l’isolamento sviluppa fobie, dubbi, paure; il nostro modo di esprimerci cambia, e la nostra sfera vitale ne risente.
Costruire un castello con sentinelle e torri di guardia ci evita di venire attaccati; più spessi sono i muri, e più ci sentiamo protetti. Ma, di pari passo, aumenta anche la nostra paura, perché più cresce la sicurezza che proviamo nel nostro blindato microcosmo, tanto più aumenta l’insicurezza, se da esso dobbiamo uscire. Al punto da non sentire più la necessità di mostrarci, trasformando così ciò che abbiamo creato per la nostra sicurezza, in un luogo di insicurezza e schiavitù.
Perché non è lì che sta la nostra straordinarietà , e non è li che nasce il nostro talento.
Essi sono al contrario figli dell’abbandono al flusso della vita, all’apparente disordine, perché l’abitudine non governa mai le mosse importanti.

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