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Dilemma di uno scrittore

Seguire i propri sogni, i propri desideri più intimi e sostentarsi concretamente nelle necessità del quotidiano vivere. Queste due realtà appaiono spesso inconciliabili e l'unica scelta possibile sembra essere soltanto il sacrificio di una per l'altra.

Questa scelta suscita in noi dei conflitti dolorosi e ci sentiamo come se ci avessero rubato un pezzo di vita. Ma chi? distribuiamo colpe a destra e a manca, ma questo non fa altro che aumentare il nostro vuoto e il nostro rimpianto.
Questo scritto mi è stato inviato in mail da un lettore che mi ha condiviso tutta la tensione del suo conflitto interiore.
Ve lo propongo perchè credo che, molti di noi, possano riconoscersi. Non nei fatti, ma nell’emozione.

DILEMMA DI UNO SCRITTORE
(che non guadagna abbastanza dallo scrivere)
ovvero DELLE MIE PROFESSIONI
di Heiko H. Caimi

Andarsene. Riconquistare la libertà. Certo, una libertà fittizia, ma indubbiamente meno capziosa di quella che posso (non) avere continuando a fare il dipendente in ufficio.
Non una fuga, ma una (ri)conquista di spazi vitali. Spazio, tempo: possibilità.

Ma, oltre alle meraviglie del possibile, esistono anche gli orrori del possibile. E sono questi, che spaventano. Essendo, appunto, possibili.
Eppure non è peggio l’orror vacui di una vita spesa senza un senso personale dietro una scrivania, a svolgere un lavoro come tanti, aberrante però nella sua limitatezza e, soprattutto, nelle limitazioni alle suddette possibilità?
Nella privatizzazione dell’Ente per cui lavoro, poi, ho tutt’altro che da guadagnarci, così come dal conferimento del nuovo incarico: da una parte meno diritti e più doveri; dall’altra più impegno, più stress, nessuna gratificazione economica e gratificazioni personali in proporzione al mio interesse per il lavoro che svolgo, tendente allo zero.

Non disprezzo i lavori impiegatizi come non disprezzo gli altri: ognuno ha una sua dimensione lavorativa, e la mia non corrisponde all’attività che mi impegna otto ore al giorno, con conseguente sovraffaticamento – lavoro che svolgo per motivi prettamente alimentari, ma che va a detrimento delle pur vivaci attività che svolgo all’esterno.

Essere o non essere? Questo è il dilemma. Se rischiare di essere me, le mie aspirazioni, le mie abilità e le mie possibilità, mettendo in campo le passioni pienamente, con la conseguenza di rischiare; o se sopprimermi continuamente fino a rattrappirmi nella resistenza alla frustrazione quotidiana, che non mi mette in campo e mi allontana dagli obiettivi –rendendoli, se non irraggiungibili, per lo meno remoti.
Medito, e non giungo ad una soluzione. Né a una soluzione del mio contratto di lavoro. Paura? Sfiducia? Abitudine? Chi può dirlo, se non generalizzando con un “di tutto un po’”?
Continuo a meditare. E intanto tutto resta uguale.

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