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24 Ore di obesità

Ho sentito in radio una notizia: un'attrice prova per 24 ore a vestire i panni dell'obesità, da normopeso si trasforma in una persona obesa; con un costume in gomma assume le sembianze di una persona obesa di 150 kg. L'esperienza è stata tosta: la gente rideva e la prendeva in giro. A sera l'attrice dice: "Ho capito il dolore che si prova a vivere in questa condizione".

Che dire: io so benissimo cosa si prova in questa condizione.
Per circa 20 anni ho sperimentato sulla mia pelle 157 kg, il dolore che si prova, il senso di fallimento tutte le volte che si tenta di dimagrire, gli sguardi della gente, additata, derisa, le battutine; l’imbarazzo che sentono i tuoi cari quando escono con te, i problemi che i tuoi figli attraversano a scuola, perchè scherniti e derisi per aver una madre di questo calibro.
Questa condizione è pesante e di difficile soluzione: la costante che emerge è il fallimento.

Poi, dopo tanti fallimenti e dolore, arrivi a decidere per un’operazione che ti aiuti, finalmente, a risolvere il tuo problema, ma anche qui si va incontro a probabili fallimenti. Disposti a tutto, incontriamo professionisti non sempre preparati ad accogliere queste dinamiche e alcuni di questi praticano operazioni devastanti anche su adolescenti.
Quello che mi colpisce è il senso di vergogna profonda che questa condizione ha; tutte le dipendenze sono sostenute e riconosciute (vedi: alcolisti, cleptomanie, giocatori d’azzardo, drogati, ecc): la società è educata a capire, aiutare.

Per l’obeso è diverso: non gli è riconosciuta questa condizione. D’altronde basta non “mangiare”.

Io, essendomi aiutata con un intervento bariatrico, ho modo di seguire persone che si sono avvicinate alla chirurgia per risolvere questa malattia; negli anni di esperienza maturata, ho focalizzato una costante: la vergogna. Parecchie persone vivono questa esperienza in solitudine come se farsi aiutare sia una “vergogna” ; addirittura ci sono casi in cui i figli e i mariti sono tenuti all’oscuro di quanto si va ad affrontare, figuriamoci poi i conoscenti. Ma che torto dargli??.

Proposte della Sanità per risolvere il problema:
1) nei ristoranti l’introduzione di bilance e, a seconda del peso, saranno decise le porzioni;
2) arriva la cintura per testare l’obesità (non basta la bilancia, o lo specchio?); sono stati spesi dallo Stato non so quanti “mila euro”!
Poi cosa dire degli articoli se (come ogni operazione) si muore sotto i ferri in sala operatoria o di conseguenza all’operazione? Anche in quel momento non esiste rispetto, si sottolinea il fallimento, non il dolore di questa condizione.

Da 157 kg oggi ne peso 67: il mio è stato un cammino che continua e sostengo, giorno per giorno.
Quel dolore non è sparito, è profondo e mi accompagna nel mio vivere.
La mia proposta è di far provare a tutti quei professionisti che si prendono cura di noi obesi un vestitino di gomma, così possono sperimentare sulla propria pelle “cosa si sente”. Solo allora, forse, possono occuparsi di noi, dovranno tener presente che a loro basta tornare a casa e spogliarsi.
Per noi obesi non è così: ci vuole un lavoro costante e multidisciplinare, da sostenere per alcuni anni. E per qualcuno non finisce mai.

Anna Valletta

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