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L'anticopyright.

Intervista di Nicola A. Grossi al Giudice Gennaro Francione, fondatore dell'Unione Europea dei Giudici Scrittori e ideatore del Movimento Utopista-Antiarte 2000.

“Questa che ti permette di recitare bene Omero e di cui appunto parlavo non è una capacità artistica, ma è una forza divina* a spingerti, come avviene nella pietra che Euripide chiamò Magnete e la gente chiama Eraclea. E, infatti, questa pietra non solo attrae gli stessi anelli di ferro, ma infonde agli anelli anche una forza tale che permette loro di esercitare a loro volta questo stesso potere esercitato dalla pietra, cioè di attrarre altri anelli, di modo che talvolta si forma una fila assai lunga di anelli di ferro collegati l’uno con l’altro, ma per tutti questi la forza dipende da quella della pietra. Così è la Musa stessa a rendere ispirati e attraverso questi ispirati si riunisce una catena di altri ispirati” (Platone, Ione). Se Socrate ha ragione, allora nessun artista è proprietario di ciò che crea, ma ne è mero detentore. Lei cosa ne pensa?

Questo pezzo non lo conoscevo. La ringrazio di avermelo fatto apprendere. La Musa non solo rende ispirati gli artisti ma crea fili lontanissimi, oltre il tempo e lo spazio, per instillare negli animi dei nuovi giuristi, a tanti anni di distanza, la nuova legge dell’anticopyright. Quando non ero ancora un cybernauta, agli inizi degli anni ‘90, elaborai il MANIFESTO “IPERTRANSAVANGUARDIA DEL MEDIOEVO ATOMICO”, in cui già esprimevo l’idea che l’autore è solo il portavoce di un messaggio d’arte universale, che egli esprime in nome dell’Umanità [1]. Il decalogo del manifesto, elaborato con parametri internettiani, al numero 7 recita: “L’Autore è solo il portavoce di cronache artistiche vissute e scritte in quel grande serbatoio cosmico che è l’Akasha e di cui l’Internet è un modello vivente. Essere privilegiati nell’usufruirne significa avere solo il mero possesso (detentio) delle forme artistiche iperuraniche, senza che chicchessia possa vantare alcuna proprietà né assoluta né relativa sul prodotto”. L’Akasha, per rimanere in ambito filosofico paraplatonico, rappresenta una sorta di gigantesco archivio - conosciuto in Oriente come Cronache dell’Akasha - costituito da uno schema a disco delle cose passate. In esso vengono registrati tutti gli eventi, le parole, le azioni personali e razziali accadute sulla terra sin dalla sua origine. Questo Riproduttore Terrestre, individuato peculiarmente dalla gnosi, dalla teosofia e dall’antroposofo Rudolf Steiner, coincide proprio col Mondo delle Idee di Platone, con l’Inconscio Collettivo di Jung o col Serbatoio Cosmico di William James, formato dalle tracce e dalla memoria di tutto quanto accaduto nel passato e differenziantesi dalla “coscienza cosmica” che mette in contatto occulto tutti gli uomini viventi [2]. Da questa sinergia underground o palese tra gli umani e il serbatoio akashico deriva che il creativo non ha la proprietà intellettuale delle sue opere ma il mero possesso (detentio) delle forme artistiche, senza che chicchessia possa vantare alcuna proprietà né assoluta né relativa sul prodotto. L’opera, per come viene concepita, manipolata, riassemblata, infatti, appartiene all’Umanità presente, passata e futura. Esplorai questi concetti a livello pragmatico più a fondo nella DUDDA: DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’ARTE, facendola firmare nel novembre 2002 da una serie di artisti, intellettuali, giuristi, rappresentanti di associazioni culturali presso il Museo del Cinema di Roma, nel corso di un sit in per salvare il Museo, che rischiava di essere cacciato dalla sua sede per farne al suo posto un centro commerciale [3].

Il principio della mera detentio implica il mantenimento del riconoscimento della paternità dell’opera in minimis, ma una drastica riduzione dei diritti di sfruttamento commerciale di qualunque creazione che è generata grazie e in nome dell’Umanità. Quest’idea era già nell’aria, tanto che Joost Smiers, rispolverando Pierre-Joseph Proudhon e il suo libercolo Qu’est-ce que la propriété? (1840), arrivava addirittura a considerare la proprietà intellettuale (come quella privata proudhoniana) un autentico furto [4]. La mia proposta, veicolata grazie al Movimento dell’Antiarte e soprattutto assimilata dal Me Cybernauta attraverso la DUDDA, si è evoluta fino a predicare una degradazione radicale alla base della proprietà intellettuale, perché il Sapere è patrimonio dell’Umanità e l’individuo, in quanto creatore di arte e cultura specifiche, ne è solo un portavoce. Anzi, ne rappresenta il Cancelliere Estetico, per usare una metafora connessa al mio essere di giudice. Pertanto, qualunque diritto d’autore assoluto è un attentato all’Uomo, nei suoi diritti alla libertà e gratuità del Sapere.
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