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Federica Genovesi

E’ fotografa, disegnatrice, illustratrice, pittrice, sarta, costumista.

Federica Genovesi è nata a La Spezia nel ’71. E’ fotografa, disegnatrice, illustratrice, pittrice, sarta, costumista. Studiosa appassionata di storia del costume. E’ diplomata in Scenografia all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, città in cui vive e lavora. Ha collaborato al volume, a cura di Luca Beatrice, “Pagine Bianche d’Autore”. Ha esposto nella personale “Ombre dell’anima” alla Galleria Joyce & Co. di Genova e in collettive, alla Cittadellarte Fondazione Pistoletto di Biella ed attualmente ne “Il corridoio della paura”, presso il Palazzo della Provincia di Torino fino ad aprile 2007.

Intervista
D. Il suo percorso di donna e artista. Quali elementi differenziano l’opera di una donna da quella di un uomo ?
R. Odio la terminologia artista-donna, odio le mostre tematiche al femminile, mi sembrano una sorta di riserva di caccia, non ha importanza per un artista essere donna o uomo. Talvolta mi è capitato di intuire, da certi disegni o illustrazioni, quale fosse il sesso dell’autore. In certi casi avevo capito, prima di averne conferma, che si trattava di una donna.

D. Tra la vocazione artistica e la raggiunta autonomia c’è stato un divario? Ha fruito del sostegno della famiglia?
R. Sì, ed ancora adesso la mia famiglia contribuisce, anche se poco, ma le rendite sono altalenanti, capita un mese di lavorare molto ed un altro no; per arrotondare faccio la sarta di palcoscenico ma mi piacerebbe essere costumista; nessuno dei miei congiunti mi ha ostacolato, anzi. Avevo un bisnonno scrittore, una prozia pittrice ed ho uno zio musicista. Il gene dell’arte è forse ereditario.

D. Racconti l’episodio che ha determinato il passaggio da un sogno d’arte ad una professione d’artista?
R. Non ricordo un momento particolare; la mia poliedrica attività è cresciuta con me, anche da piccola tagliavo e cucivo costumi; fotografare, disegnare, dipingere sono le uniche cose che so fare. Posso però citare alcuni artisti che adoro e che in qualche modo mi hanno segnato, come il pittore francese rococò Jean-Marc Nattier, l’illustratore americano Norman Rockwell, l’irlandese Francis Bacon o il padre della pop-art, Andy Wharol. Vado matta per gli illustratori, che raramente sono considerati artisti, ma io dissento.

D. Relazioni sociali e canali di finanziamento pubblico: sono importanti, sa come accedervi?
R. Sono importanti, ma io non conosco i canali d’accesso ai finanziamenti, sono incapace nelle pubbliche relazioni, non sono vocata a parlare del mio lavoro, anzi mi sembra strano dirne, lo faccio.

D. L’essere donna è stato un vantaggio, un ostacolo o un aspetto ininfluente?
R. Ininfluente

D. Quali tematiche privilegia?
R. Mortifere. Di primo acchito non lo si coglie, creo oggetti o quadri o immagini o disegni molto giocosi e gioiosi, ma a ben guardare, come nel caso di alcune illustrazioni vittoriane, sono perturbanti, macabri. L’aspetto fondamentale, il principale scopo dell’arte ritengo sia rappresentare la morte e le situazioni di disagio, per avvicinarsi, con la distorsione benevola, ad esempio, della pittura, a cose che tutti temiamo. Non lo faccio in modi cupi ma queste atmosfere si percepiscono, come in una serie di quadri in stoffa che ho realizzato dalla ritrattistica di corte: si chiamano gli Antenati, sono buffi, comici, spassosi, ma sono comunque persone inghiottite dal tempo.

D. Ha qualche consiglio da dare ad artiste emergenti?
R.In primis a me stessa, di trovarmi un’ottima galleria. Poi, a tutte, di continuare per la propria strada, qualsiasi cosa succeda .

La redazione di Virginia.net
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