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Opus incertum

Alessandro Spadari - Gabriele Talarico - Alberto Zamboni


A cura di Valerio Deho’

Molte incertezze, molte visioni. Gli artisti non e’ detto che debbano mettere a fuoco il mondo per rappresentarlo o interpretarlo, magari certe volte e’ piu’ facile che spengano i contatti con il nervo ottico e si affidino alla mente, alla memoria, a quello che ci fa sapere senza vedere. Gli artisti presentati in mostra hanno molta dimestichezza con l-opera incerta perche’ ognuno a suo modo nutre una serie di riserve su quello che e’ reale e quello che non lo e’. Ognuno di questi giovani ha qualcosa da dire sulla luce e sulla sua impossibilità reale a farci vedere il mondo. E’ meglio quindi l’ora incerta in cui le ombre si allungano, in cui la vita rallenta o scompare dentro i vicoli e dentro le mille fessure delle città. Una quiete apparente si diffonde e assorbe tutto attorno a se’…

Alberto Zamboni predilige una visione crepuscolare delle cose, cioe’ una visione che permette di vedere con gli occhi socchiusi, come se una nebbia velasse le nostre sempre stanche pupille. Zamboni non rivela ma vela. Non conta infatti quello che si vede, ma come lo si vede. La sua e’ una visione emeralopica, crepuscolare. La luce di mezza sera e’ fioca, ma sufficiente per pensare. La tela diventa la superficie in cui incespicano i sogni, ma anche il rifugio delle immagini perdute, delle visioni interiori che i nostri occhi non riescono piu’ a trattenere e vengono proiettate al di fuori di noi, contro lo schermo del mondo.

Alessandro Spadari predilige una certa inclinazione romantica, cioe’ un modo di leggere la realtà in modo trasognato eppure ad occhi aperti, attraverso i sentimenti. Spadari sente particolarmente l’opera di Friedrich L’artista si muove in uno spazio liquido, dipinge con una tendenza al monocromo perche’ la visionarietà non ha bisogno di tanti colori. Negli ultimi anni ha lavorato spesso sul tema del paesaggio molto atmosferico, un paesaggio senza punti di riferimento in cui la neve, le stelle o il mare sono tracce perdute di un linguaggio scomparso. Quello che emerge dai suoi quadri e’ una sottile vertigine, un brivido perche’ la tela non annuncia che una possibilità, un timore, un’incertezza esistenziale, uno stato di sottile malessere. L’arte e’ timore, paura di fronte alla natura, all’infinito.

Con Gabriele Talarico le atmosfere ritornano ad essere piu’ normali, ma fino ad un certo punto. Riconosciamo quello che vediamo perche’ sono delle istantanee di grandi città che magari abbiamo visitato o che abbiamo visto in fotografia. Questa rassicurazione pero’ e’ in parte attenuata dal fatto che Talarico dipinge il negativo delle cose che vede, come una pellicola stampata senza l’inversione cromatica. Cosi’ si innesca un meccanismo di visionarietà in cui non ci resta che la notte. Ma questa e’ artificiale, e’ un effetto di luci e ombre, ogni dato naturalistico e’ perduto, cancellato dalla memoria.
Talarico vuole arrivare al termine della notte, guardando il mondo al contrario, con la memoria di un paese perduto nella testa e la ricerca di un’attualità che ci allontanano dal -supplizio della speranza-.

Disponibile in galleria il catalogo con testo critico di Valerio Deho’,
Anche nel web http://www.galleriabattaglie.it/
Inaugurazione sabato 31 gennaio ore 18.30

Galleria delle Battaglie
Via delle Battaglie 69/A , Brescia
La mostra rimarrà aperta nei seguenti orari:
lunedi’: mattina chiuso / 16-19.30
martedi’ - sabato: 10.15-12.45 / 16-19.30 e su appuntamento
ingresso libero
Galleria delle Battaglie, Brescia

Galleria delle Battaglie, Brescia