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AssenzePresenze

Il grande grido

A cura di Alberto Salvadori

Il Museo Marino Marini inaugura giovedi’ 2 aprile 2009 il grande grido, una mostra a cura di Alberto Salvadori, con opere di Berlinde de Bruyckere, Bruna Esposito, Diego Perrone e Paola Pivi.
Nel terzo dei quattro dialoghi tra Arcadio ed Eftimio in Arcadio o della scultura, di Cesare Brandi, il primo risponde al secondo: –se nel toccare quella scultura non potrai sentire la pelle elastica e il sangue che scorre, potrai sempre stabilire un’identità fra i muscoli della statua e quelli dell’essere umano: anche ad occhi chiusi li riconosceresti-. L’impossibilità del sentire, l’assenza di una scultura e la presenza di quattro altre che ne pervaderanno il vuoto lasciato da questa, e’ il tema dell’ideale dialogo che si stabilirà tra il grande grido di Marino Marini e quattro opere di Bruna Esposito, Paola Pivi, Berlinde de Bruyckere e Diego Perrone.
I lavori scelti per dialogare con l’opera di Marini rappresentano quattro artisti, quattro punti di vista, quattro idee diverse di lavoro, di ricerca, che entrando all’interno dello spazio dedicato completamente alla sua scultura possono farci sentire metaforicamente i muscoli, il sangue dell’essere che e’ all’interno dell’opera.

Il grande grido e’ un’opera del 1962, periodo in cui Marino Marini aveva già raggiunto fama internazionale; da molti anni il tema del cavallo e cavaliere era, assieme alle Pomone e alla ritrattistica, il fulcro della sua ricerca. Il 1962 e’ anche un momento nel quale attorno a lui la ricerca di molti artisti e’ virata verso linguaggi diversi: sono gli anni dell’informale, dell’arte intesa anche come espressione del gesto. Marini e’ come intrappolato dentro la sua grande scultura: soffre, attacca la materia, disgrega la forma, fino ad arrivare piu’ avanti negli anni a separare definitivamente cavallo e cavaliere. Per l’artista, le sue sculture rappresentavano anche il tormento degli avvenimenti del secolo scorso, e l’inquietudine dei suoi cavalli aumentava sempre piu’, stremando il cavaliere fino a fargli perdere il controllo sulla bestia.

La forma e la materia diventano una sorta di prigione delle idee, dove lo strazio della rappresentazione, ma non dell’artista, sempre sereno e fortemente consapevole della propria ricerca, tenta di portare la scultura di Marini verso nuove connotazioni.
Tale processo non investe solo il soggetto, bensi’ affonda anche nella materia, nei passaggi della realizzazione della scultura, nella meccanica della fusione. Il lavoro di Berlinde de Bruyckere, Lichaam (Corps) prende allora fisicamente il posto del grande grido, si pone alla presenza dei visitatori come una rielaborazione del tema del cavallo lacerato e disteso, rappresentazione di una sofferenza, di una contorsione della condizione naturale, metafora della morte attualizzata sulle tragedie contemporanee.
Berlinde de Bruyckere innesca cosi’ la prima analogia tra Marino e la contemporaneità, esprimendo la voce originaria di un’ideale coro.

L’opera di Diego Perrone, seconda voce, dialoga con il grido attraverso un linguaggio che e’ quello del processo, del divenire in diversi momenti di un’idea, di un’opera, attraversando sia le fasi concettuali sia quelle legate alla realizzazione dell’opera stessa: in questo caso la riproduzione tridimensionale del processo di fusione. La scultura ci svela le vene e i muscoli della campana, l’estruso della fusione ci rende possibile percepire i passaggi nascosti, il processo fisico che renderà possibile la realizzazione della campana: l’identità tra i muscoli della statua e quelli del corpo umano. La terza di queste voci e’ quella di Paola Pivi con Old is gold, una scultura composta da un numero altissimo di lamelle color oro e argento formanti un parallelepipedo apparentemente monolitico ma intrinsecamente frammentato. Questo lavoro di Pivi ci svela uno dei temi centrali della ricerca dell’artista: la ripetizione e la singolarità, creato in questo caso dalla presenza di uguali elementi, singolarmente leggerissimi, come frammenti di un insieme determinanti l’unicità di una scultura: processo intrinseco all’opera e alla ricerca di Marino Marini. Infine l’assoluto - l’essenza - di una forma condotta ad un singolo punto, dove tutte le direttrici, dove tutte le forze confluiscono: il lavoro di Bruna Esposito, Perla a piombo.

Il filo a piombo indica un punto esatto dove la concentrazione degli elementi convergono, si scaricano a terra, definendo la collocazione delle forze messe in campo e i rapporti stabiliti dai diversi lavori. Il tutto impreziosito ancora una volta da un elemento, la perla, che si ripete, data la somiglianza di una con un’altra, ma che invece singolarmente esprime un’unicità, per definizione irripetibile e irriproducibile. La presenza di quattro opere di artisti contemporanei vuole essere l’inizio di una serie di dialoghi, dal titolo assenze/presenze, che avvicinano l’arte di diversi periodi a Marino Marini, che nella coerenza di una vita spesa tra pietre e bronzo non ha mai smesso di cercare la sua fonte. Del resto cosi’ e’ l’arte da sempre: ricerca di un’esperienza possibile, attraverso parole, oggetti, pensieri che divergono dalla realtà o che ci immergono nella realtà che fino a un momento prima non avevamo percepito, visto, sentito.

AssenzePresenze: il grande grido rimarrà aperta fino al 23 maggio.

Ufficio stampa: Davis & Franceschini
tel. 055.2347273 - fax 055.2347361
e.mail: davis.franceschini@dada.it - http://www.davisefranceschini.it

Opere in mostra:
Berlinde de Bruyckere, Lichaam (Corps) 2000-2006
Paola Pivi, Old is gold 2007
Diego Perrone, Senza titolo 2008
Bruna Esposito, Perla a piombo, 2007

Immagine: Berlinde De Bruyckere, Lichaam (Corps) 2002-2006

Inaugurazione giovedi’ 2 aprile, ore 19

Museo Marino Marini
Firenze, Piazza San Pancrazio
Orario di apertura: dalle 10 alle 17, esclusi la domenica e il martedi’.
Nel web http://www.museomarinomarini.it/