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Patti Chiari e coscienza sporca

Dopo una serie ravvicinata di infortuni, è stata cancellata la lista delle "Obbligazioni a basso rischio/rendimento".

L’elenco di obbligazioni “a basso rischio e a basso rendimento” era stato lanciato dal consorzio PattiChiari nel 2003, “per informare in maniera chiara e comprensibile i risparmiatori sul livello di rischio e di rendimento collegato all’investimento in titoli”. I bond, per essere inseriti in questo elenco, dovevano essere denominati in euro (ovvero, essere privi di rischio cambio); essere emessi e quotati in uno dei 30 paesi Ocse; avere un rating elevato, mai inferiore ad A-; avere oscillazioni di prezzo molto contenute, calcolate secondo il metodo del VaR; non avere una struttura complessa (erano escluse le obbligazioni strutturate). Se anche solo uno di questi criteri non era rispettato, il titolo non veniva inserito in lista, o ne usciva.

Negli ultimi due anni, la lista era già stata bersaglio di critiche, vista la numerosità delle uscite dalla lista dovute all’aumento della “rischiosità media” o in alcuni casi della “elevata rischiosità” dei bond. Tuttavia, l’uscita dalla lista di titoli per l’elevata variabilità dei rendimenti, in relazione all’aumento o alla diminuzione dei tassi, poteva essere visto come un evento tutto sommato naturale. Non si può pretendere in finanza il mantenimento dello status quo a parità di condizioni, in quanto lo scenario finanziario è sempre mutevole. Quindi è ovvio che, quando un investitore si trova di fronte all’acquisto di un bond a 5 anni a tasso fisso, si espone inderogabilmente ad un rischio di mercato, qualunque sia l’emittente o il rating dello stesso.

Una critica più forte che si poteva rilevare alla lista non era tanto riferita alla quantità di titoli che ne uscivano nel tempo, ma quanto al fatto che la lista stessa era statica, cioè valutava le obbligazioni non da un punto di vista prospettico, ma basato sui dati disponibili in quel momento. In sostanza, veniva attribuita eccessiva importanza a fattori come rating e VaR, incastonandoli in un modello incapace di reggere agli shock di mercato. L’uscita di titoli dalla lista per l’elevata variabilità dei rendimenti, se in alcuni momenti poteva sorprendere per la quantità degli stessi (anche 250 alla volta), risultava pur sempre uno strumento a tutela dell’investitore che, avvisato tempestivamente dalla banca, poteva intraprendere le opportune azioni a difesa del portafoglio.

Il problema diventava invece rilevante quando il modello non riusciva ad individuare per tempo le criticità di mercato. In particolare quando si è arrivati a lasciare in lista titoli illiquidi (privi di scambi, pertanto senza un prezzo di riferimento) o addirittura di emittenti investment grade poi finiti in stato di insolvenza. E’ una sorta di mistero finanziario italiano il mantenimento di dodici obbligazioni Lehman Brothers sino al 15/09/2008, giorno in cui la stessa società ha presentato dichiarazione di fallimento. Oppure, peggio, il perseverare sino al 29 settembre con otto titoli delle banche islandesi Glitnir e Kaupthing, poi finite puntualmente in default.

L’errore è addebitabile al mantenimento dei rating su quegli emittenti a livelli di investment grade sino al giorno della dichiarazione della manifestazione di insolvenza. Su questo punto sono sicuramente corresponsabili le principali agenzie internazionali (S&P, Moody’s, Fitch), sinora incapaci di sviluppare un concetto di rating in grado di rilevare il deterioramento repentino di una posizione, se non ex post. Inoltre bisogna chiedersi come sia stato implementato il concetto di VaR nel modello - come veniva calcolato il rischio di una riduzione di valore inferiore all’1% su base settimanale? - viste le forte oscillazioni sui corsi dei titoli incriminati, rilevate nelle settimane o nei mesi precedenti.

A partire da gennaio 2009, Patti Chiari sostituirà l’elenco delle obbligazioni basso rischio/rendimento con un portale informativo sugli strumenti finanziari, nel quale i risparmiatori troveranno “informazioni elementari ed oggettive, fornite solo da parti terze”, basato su strumenti e criteri di misurazione del rischio “in grado di cogliere più velocemente i segnali provenienti dal mercato”. E’ una ammissione esplicita di sconfitta, con l’abbandono definitivo di un’idea portata avanti per cinque anni: quella di fornire indicazioni reali agli investitori - dopo gli scandali finanziari alla Cirio-Parmalat-Argentina - su come evitare di perdere soldi con le obbligazioni. Un’idea che, accanto a tanti inutili criteri quantitativi, ne ha tralasciato uno fondamentale, qualitativo: la diligenza del buon padre di famiglia.

Commenti dei lettori

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  • sara.

    03 Nov 2008 - 12:47 - #1
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    Up Down

    intervento sagace e pungente. complimenti.

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