Tempo di crisi, aziende sull’orlo del fallimento, commesse che non arrivano più, dipendenti licenziati con misere prospettive per il futuro. E’ lo scotto della recessione. Lo scoppio della bolla della finanza creativa che ha combinato probabilmente più danni nell’economia reale che in quella finanziaria. E nelle fasi drammatiche come questa giornali, televisione e mass media, come sempre accade quando non si hanno le idee chiare, ne estremizzano gli effetti in un senso o nell’altro. Per questo motivo, pur considerando apprezzabile l’iniziativa di Repubblica di pubblicare le storie di chi è stato colpito dalla ferocia devastante della congiuntura negativa, dobbiamo tuttavia constatare che molte di queste sono prive di una pur minima credibilità di base. Passi la necessità di sintesi, dote non comune a molti, ma cercare di incolpare le banche per la chiusura di un’attività per una sofferenza di tremila euro o una lettera di revoca fidi inviata ad un indirizzo sbagliato rasenta la follia. Forse i problemi reali sono ben altri, anche perché nessuna banca vuole il male dei propri clienti, ma non in quanto faccia opera di carità cristiana: semplicemente perché andando loro contro non si recuperano i soldi prestati. Ma la necessità giornalistica impone di dar voce ad una maggioranza rumorosa ed indistinta, mai alla verità.
A titolo di esempio, un giorno qualcuno vorrà spiegarmi cosa vuol dire “Messo in ginocchio dalle banche e penalizzato, con gli affidamenti bloccati, perché io ho coperto fatture in sofferenza”. Se un imprenditore dovesse coprire fatture da lui anticipate andate insolute (”in sofferenza”, vorrà dire quello?), il suo direttore di filiale dovrebbe erigergli un monumento, non bloccargli gli affidamenti. Purtroppo questo accade molto raramente, ma qui finiamo su un altro discorso più complesso. Intendiamoci, questa approssimazione giornalistica non è una colpa del povero Salvatore Mannironi, autore dell’articolo “Costretto a licenziare me stesso” - La crisi dentro il lavoro autonomo (Repubblica, 28 settembre 2009), è il sistema che vuole così. Eccone, comunque, alcuni stralci esemplificativi:
[…]I soldi degli altri - I crediti impossibili da riscuotere e il crollo della clientela sono tra le altre cause di guai: “La mia ditta è fallita semplicemente perché i clienti non pagano”, scrive un lettore da Napoli. Da Pordenone, la storia di un commerciante: “Prima è dovuta uscire mia sorella perché non c’era più da vivere per due; ad aprile 2009 ho dovuto chiudere dopo due anni di lavoro senza guadagni. Totale costi chiusura 7.500 euro. Ho 50 anni e pochissime prospettive di lavoro”. Simile la testimonianza giunta da Roma: “Ho dovuto chiudere la ditta, ho continuato come lavoratore autonomo, poi più nulla: nessun cliente, nessun guadagno, nessun ammortizzatore. Con 3 persone a carico in famiglia, solo i risparmi di una vita ci consentono di andare avanti. Ho 52 anni e sto pensando di emigrare”
La pressione delle banche - Qualcuno l’ha già fatto, come Davide, capofila di uno studio di ingegneria con 5 professionisti in partita Iva, operante nel risparmio energetico. “Fra anticipi fiscali e mancati pagamenti dei clienti non si guadagna neanche per mangiare. Mi sono trasferito in Svizzera e ho augurato buona fortuna ai miei colleghi”. Le banche sono un altro tasto dolente per chi lavora in proprio. E’ il caso segnalato dalla Restless di Torino, provocato da un disguido postale (la lettera di revoca del fido inviata a un indirizzo sbagliato): “Sono il titolare e non ho dipendenti, ma potrei essere costretto a chiudere per una segnalazione alla Centrale rischi per un debito di 3.076 euro con Intesa San Paolo. Dopo 19 anni di lavoro e il 99% delle tasse pagate, cosa devo fare? Forse andare a rubare?”. Da Roma, un altro imprenditore di se stesso e “non di quelli che hanno soldi all’estero”: “Messo in ginocchio dalle banche e penalizzato, con gli affidamenti bloccati, perché io ho coperto fatture in sofferenza…” […]
La versione integrale dell’articolo continua su Repubblica.it

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