Pubblichiamo la prima parte del testo integrale del discorso tenuto da Lorenzo Bini Smaghi, membro del Comitato Esecutivo della Bce, all’Associazione Pianificatori Bancari il 16 ottobre 2009 a Firenze. Una riflessione approfondita sulla crisi finanziaria attuale e le sue possibili evoluzioni future.
“Signore, Signori,
desidero ringraziare gli organizzatori per avermi offerto, con questo invito, l’opportunità di presentare alcune riflessioni sulla crisi finanziaria.
1) Una breve ricostruzione della recente crisi finanziariaVorrei iniziare dalle cause delle turbolenze: nei quattro anni precedenti all’estate del 2007 le condizioni macro-finanziarie apparivano, in superficie, molto favorevoli. L’economia mondiale cresceva vigorosamente; l’inflazione era moderata; la liquidità nei mercati dei capitali era abbondante e il settore finanziario offriva rendimenti notevoli; la redditività era elevata; i prezzi delle attività aumentavano; la volatilità implicita nei mercati azionari, obbligazionari, del credito e dei cambi era molto contenuta in termini storici; infine, i premi al rischio erano eccezionalmente modesti.
In questo contesto economico in apparenza favorevole, l’innovazione progrediva rapidamente nei mercati finanziari. Si pensi in particolare alle cartolarizzazioni: le banche riconfezionavano i prestiti, soprattutto i mutui ipotecari, per poi rivenderli, liberando così capitali da destinare a nuovi prestiti. Questo processo era ampiamente percepito come un’evoluzione positiva, in quanto consentiva una migliore e più vasta distribuzione del rischio. È probabile che ciò abbia incoraggiato l’assunzione di rischi non soltanto all’interno ma anche all’esterno del settore finanziario. In un contesto di liquidità abbondante, alcuni comparti dell’attività bancaria hanno cominciato a dipendere in misura significativa dalle cartolarizzazioni e dai finanziamenti ottenuti sul mercato monetario non garantito.
In questo quadro economico, nel complesso propizio, si apriva però una falla che molti economisti hanno trascurato: l’economia e il sistema finanziario mondiali stavano accumulando squilibri significativi a vari livelli. Cito in particolare l’esuberanza dei prezzi degli immobili e dell’attività di cartolarizzazione, che ha agevolato una crescita smisurata del credito. Un altro squilibrio importante risiedeva nel fatto che, mentre alcuni paesi (Giappone, Cina, Germania, i paesi esportatori di petrolio) risparmiavano in misura eccessiva, altri (Stati Uniti, Spagna, Europa orientale) si indebitavano per finanziare consumi e investimenti (connessi ad esempio alla costruzione di immobili commerciali e residenziali). Questi andamenti non erano sostenibili e sarebbe bastata una scintilla per innescare forti turbolenze nei mercati finanziari e nell’economia mondiale.
Alla fine, la scintilla è scoppiata nel mercato statunitense dei mutui ipotecari. L’aumento delle inadempienze e delle procedure esecutive immobiliari ( foreclosure) ha messo in luce l’esuberanza del mercato degli immobili residenziali e ha causato il brusco arresto del mercato dei mutui di qualità non primaria, i cosiddetti subprime. I mercati delle cartolarizzazioni si sono paralizzati, le banche hanno dovuto ritrasferire attività dalle società veicolo ai propri bilanci e ha iniziato a sgretolarsi la fiducia nei mercati finanziari. La crisi si è rapidamente estesa a tutto il settore finanziario e si è propagata ad altre economie, industrializzate ed emergenti. Le banche centrali sono diventate la prima linea di difesa, rispondendo all’insorgere della crisi con iniezioni di liquidità nel sistema finanziario. Quando la crisi di liquidità è diventata una crisi di solvibilità che minacciava la stabilità finanziaria, i governi hanno fatto inizialmente ricorso a piani di salvataggio tradizionali mirati a singole istituzioni: sono state concesse linee di liquidità a favore di istituti insolventi, che in molti casi sono stati poi sottoposti a vendita e fusione con un partner che si presumeva più solido.
Nonostante queste misure, nell’autunno del 2008 il sistema finanziario si è trovato sull’orlo del tracollo, dopo il fallimento di Lehman Brothers il 15 settembre. L’onda d’urto si è propagata attraverso il sistema finanziario mondiale, soprattutto per l’importanza di Lehman Brothers come controparte nel mercato dei derivati di credito. Dagli Stati Uniti la crisi si è diffusa a paesi che fino ad allora ne avevano scongiurato gli effetti peggiori. Perdite su esposizioni nei confronti di Lehman Brothers sono state iscritte nei bilanci delle banche di tutto il mondo. Mentre l’avversione al rischio e la diffidenza tra gli operatori finanziari causavano il prosciugamento dei mercati di raccolta, la fiducia dei depositanti veniva gravemente lesa dai timori circa la solvibilità delle istituzioni finanziarie. […]
Banca centrale europea
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